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Schlein si gioca tutto sui referendum: “Voglio archiviare il renzismo”

Il voto dell’8 e 9 giugno sarà un test decisivo per la segretaria del Pd, che punta al quorum per dare una spallata al centrodestra

Il primo vero banco di prova per Elly Schlein

Da quando ha vinto le primarie del Partito Democratico nel 2023, molti «non l’avevano vista arrivare». Ma ora, dopo due anni e mezzo tra alti e bassi elettorali, Elly Schlein affronta il primo vero esame politico nazionale: i referendum sul lavoro e sulla cittadinanza dell’8 e 9 giugno. Il superamento del quorum rappresenterebbe un traguardo storico per la segretaria dem, non solo per affermare la leadership all’interno del partito, ma anche per marcare una netta discontinuità con l’epoca del Jobs Act di Matteo Renzi.

Schlein ha portato il Pd sopra il 20% nei sondaggi e collezionato alcune vittorie alle Regionali, come in Umbria e a Genova, ma questa volta la posta in gioco è nazionale. E coinvolge direttamente l’intero elettorato, a differenza delle elezioni locali. Il successo del referendum darebbe una legittimazione ampia alla sua linea politica, sancendo la chiusura definitiva con il passato renziano.

Il quorum è un miraggio, ma anche una sconfitta può pesare

I numeri non giocano a favore. Raggiungere il quorum di votanti appare molto difficile: occorrerebbero almeno 25 milioni di elettori alle urne. Tuttavia, anche un’affluenza attorno al 40% permetterebbe a Schlein di rivendicare un risultato importante, soprattutto se il dato superasse i numeri della coalizione di centrodestra.

Dall’altra parte, il governo si muove per smontare il voto. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pur dichiarando di andare a votare, ha annunciato che non ritirerà le schede referendarie. Matteo Salvini ha fatto sapere che sarà all’estero. Forza Italia e la Lega sostengono apertamente l’astensione, mentre i Noi Moderati promuovono cinque no. Il tentativo è evidente: far mancare il numero legale.

Nel frattempo, Schlein sta battendo il Paese, insieme ai leader del campo largo: Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Riccardo Magi. Oggi sarà nelle Marche, accanto a Matteo Ricci, ex renziano ora candidato del centrosinistra. Il tentativo è creare una mobilitazione di popolo sui diritti fondamentali.

Un risultato negativo riaprirebbe lo scontro interno al Pd

Se il quorum non verrà raggiunto, la lettura politica sarà fondamentale. Una partecipazione bassa, sotto il 30%, renderebbe il referendum un fallimento secco. A quel punto, i riformisti del Pd torneranno all’attacco. Già oggi figure come Lorenzo Guerini, Giorgio Gori, Piero Fassino, Marianna Madia, Pina Picierno e Filippo Sensi si dichiarano scettici sull’impostazione della segretaria, con alcuni che annunciano di non ritirare le schede o di votare no.

Secondo i critici, Schlein dovrebbe guardare al futuro e non al passato, lasciando da parte battaglie ideologiche come l’abrogazione del Jobs Act. Il rischio, dicono, è un partito polarizzato e diviso alla vigilia delle prossime sfide elettorali.

All’orizzonte ci sono le Regionali in territori chiave: Campania, Toscana, Veneto, Marche, Puglia. Il Pd punta a un 4-1 contro la destra. Un risultato incoraggiante ai referendum – anche senza quorum – potrebbe diventare una spinta per tutto il fronte progressista.

«Siamo pronti alle elezioni anticipate e io sono pronta a governare», ha dichiarato di recente Elly Schlein. Ma per farlo, dovrà prima superare questo passaggio delicatissimo. E avere dalla sua parte un partito compatto.

Published by
Emanuele Larocca

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