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Caso Aldrovandi, i carnefici reintegrati nella Polizia, la rabbia del padre “Pensavo gli dessero l’ergastolo”

Federico Aldrovandi morì a 18 anni sotto le manganellate nel 2005. Vent’anni dopo, i quattro agenti condannati sono tornati in servizio. “Gli hanno ridato la divisa”.

La notte dell’uccisione di Federico Aldrovandi

È il 25 settembre 2005 quando la vita di Federico Aldrovandi, 18 anni, si spezza per sempre. Dopo un posto di blocco in provincia di Ferrara, il ragazzo viene ammanettato, bloccato a terra e colpito a calci e manganellate fino alla morte.

Due i manganelli spaccati nella furia degli agenti. La versione iniziale parlava di un malore, ma il corpo del giovane presentava 54 lesioni, compresa la distruzione dello scroto. «Avevano detto che si era sentito male, che era un drogato – ricorda oggi il padre Lino Aldrovandi – e invece era stato massacrato». Quella notte Federico aveva appena salutato i genitori, pronto a uscire con gli amici per una partita di calcetto e un concerto a Bologna. «È stata l’ultima volta che l’ho visto», racconta il padre. Il mattino seguente la notizia devastante: «Un agente della Digos, mio amico, è venuto a casa. Gli ho chiesto: “È morto?”. Lui ha annuito. È stato come se un treno mi fosse piombato addosso».

Processo, condanne e reintegro

Dopo anni di battaglie, nel 2012 la sentenza definitiva: tre anni e sei mesi per i quattro poliziotti riconosciuti colpevoli di omicidio colposo con eccesso nell’uso legittimo delle armi. Pene ridotte dall’indulto, che ha permesso loro di scontare appena sei mesi di carcere. «Il procuratore generale della Cassazione li definì schegge impazzite in preda al delirio. Io pensavo che con la divisa addosso fosse un’aggravante, che meritassero l’ergastolo. E invece la divisa gliel’hanno ridata», denuncia Lino Aldrovandi. Oggi i quattro agenti sono stati reintegrati nella polizia, con incarichi amministrativi in altre città. Un epilogo che pesa come un macigno sulla famiglia del ragazzo: «Non è giustizia. Chi ha ucciso mio figlio è ancora dentro lo Stato».

Un dolore che non passa

A distanza di vent’anni, il dolore non si è mai attenuato. Anzi, ha cambiato per sempre la vita dei genitori. «Con mia moglie Patrizia siamo divorziati. La morte di Federico ha scavato una voragine tra noi: dolore contro dolore ha finito per acuirlo. Ora vivo nella mia solitudine», confessa il padre. Guardando all’attualità, il timore è che episodi simili possano ripetersi: «Con le nuove leggi sulle manifestazioni sembra sia stata data mano libera alla polizia. Se ricapitasse oggi, non so come andrebbe. La giustizia ha costi pesanti che un poveraccio non potrebbe permettersi». La battaglia di Lino Aldrovandi resta quella di una verità che, nonostante le condanne, non ha mai restituito giustizia piena a Federico.

Published by
Lorenzo Costantino

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