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Cecilia Sala: «I giovani israeliani sono incattiviti, più a destra e negano Gaza»

La giornalista presenta il suo libro I figli dell’odio e racconta l’esperienza della prigionia in Iran, tra torture, paura e resistenza.

La mutazione dei giovani israeliani

«I giovani non conoscono i palestinesi, anche se vivono appiccicati a loro. Sono decisamente più a destra non solo dei fondatori laburisti, ma dei loro padri, che credevano ai due Stati. In Iran i giovani sono più liberali dei padri. In Israele molti giovani sono più incattiviti dei genitori quando avevano la loro età. Negano quello che sta accadendo a Gaza».
Con queste parole Cecilia Sala, intervistata da Aldo Cazzullo, ha presentato sul Corriere della Sera il suo nuovo libro I figli dell’odio. L’autrice ha spiegato di essere rimasta colpita da uno striscione visto a Hebron, portato da ragazze adolescenti: «Se tua moglie e i figli che ti ha dato non sono ebrei, cacciali di casa». Un segnale che, a suo dire, racconta la radicalizzazione delle nuove generazioni israeliane.
Secondo Sala, anche i palestinesi cadono nello stesso meccanismo: «È vero che anche i palestinesi negano quello che ha fatto Hamas. Ti dicono: “Non è possibile che abbiano ucciso donne e bambini, perché il Corano lo vieta”». Ha poi ricordato l’incontro con un ragazzo palestinese a cui un cecchino aveva amputato la mano destra: «È una punizione molto diffusa, di una crudeltà quasi perversa, anche se efficiente dal loro punto di vista. Ma l’odio che monta è qualcosa di indelebile».

Israele sull’orlo di una guerra civile

Per Sala, Israele rischia una frattura interna: «Non penso la vedremo, perché la parte di Israele che crede nello Stato di diritto farà di tutto per evitarla. Ma l’altra parte, quella estremista e messianica, per evitarla non fa nulla». Durante l’ultima permanenza in Cisgiordania, a fine luglio, ha notato un dettaglio che l’ha colpita: «I soldati israeliani portavano il passamontagna con 40 gradi non per il timore di rappresaglie palestinesi, ma per paura di rappresaglie da parte dei “loro” estremisti».
La giornalista ha tracciato un parallelo con l’Iran: «Sono sicura che prima di andare in pensione ci tornerò. E nel frattempo la Repubblica islamica sarà caduta». La convinzione nasce dal peso della giovane generazione iraniana, largamente ostile al regime: «Non sarà facile, e non sarà domani; ma il regime cadrà. La grande maggioranza dei giovani è contro. Certo, non hanno armi. Ma i pasdaran sanno di aver perso la nuova generazione».

La prigionia in Iran

Sala ha raccontato anche l’arresto e i ventuno giorni trascorsi nel carcere di Evin. «Mi prendono i soldi, il passaporto, il telefonino. Mi incappucciano. E mi portano via. Mi rendo conto della cosa più terrificante: non avere nessun potere sul mio destino».
All’ingresso, ricorda, «ti spogliano. Devi fare il solito squat nuda. Sul pavimento sotto il metal detector sono dipinte le bandiere americana e israeliana, che devi calpestare. Gli uomini vengono picchiati sistematicamente». Nella sua cella, la traccia di chi era stata lì prima: «Sul muro c’era una grande macchia di sangue. Non so se fosse stata picchiata, o si sia ferita da sola».
La giornalista ha spiegato che le autorità iraniane volevano una confessione: «Volevano che confessassi di essere una spia. Se dev’essere scambiata con qualcuno, una spia vale più di una giornalista». Ha resistito senza cedere, consapevole dei rischi: «Se ti spezzano, e tu confessi, allora è finita».

Published by
Emanuele Larocca

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