Licenziata dopo una gravidanza a rischio, Anna ha combattuto sette anni in tribunale. Nessun risarcimento, nessun Tfr: quasi vent’anni di lavoro cancellati.
Aveva solo 49 anni quando la vita di Anna (nome di fantasia), originaria di Torchiarolo, è stata stravolta. A novembre 2015, alla ventunesima settimana di gravidanza e dopo una minaccia di aborto, ricevette il licenziamento dal suo storico datore di lavoro di Manduria. La motivazione fu “motivi economici”, ma lei non ebbe dubbi: la maternità era diventata un ostacolo. “Mi disse che non sarei stata in grado di portare avanti la mia attività con una maternità di mezzo”, racconta. Da lì iniziò una lunga battaglia legale, durata sette anni, che si è conclusa solo nel 2023 con una sentenza d’appello che ha respinto le sue richieste.
La vicenda di Anna affonda le radici molto prima. Nel 1998 inizia a lavorare nello studio di un commercialista come ragioniera, senza contratto e con appena 300 euro al mese. Solo nel 2005 ottiene un contratto regolare, fino al 2013, quando un’ispezione Inps porta a una multa di 20mila euro per tre lavoratrici irregolari. Da quel momento il datore di lavoro avvia una cooperativa che, sulla carta, forniva servizi esterni, ma nella realtà era la copia dello studio: stessi uffici, stessi orari, stesse mansioni. Anna e le colleghe diventano socie, ma il datore mantiene il potere decisionale. “Mi sembrava un incubo – ricorda – ma sentivo di non avere alternative”.
Quando rimase incinta, le pressioni psicologiche si intensificarono fino al licenziamento. Nel 2016 decise di reagire, avviando una causa al Tribunale di Taranto. Il ricorso conteneva 26 allegati, tra certificati medici, email e testimonianze, per dimostrare la natura subordinata del lavoro.
Nonostante la mole di documenti, il Tribunale non riconobbe alcun vincolo di subordinazione continuativa, considerò legittima la cooperativa e negò qualsiasi risarcimento, compresi gli anni di lavoro in nero. L’appello del 2018 confermò la sentenza di primo grado nel 2023. Per la corte, non vi erano elementi sufficienti a dimostrare che Anna fosse ancora dipendente dello studio.
“È stato devastante – confessa – Non vedersi neppure riconosciuto il Tfr di circa 15mila euro, con i quali avrei potuto costruirmi un’alternativa, è l’esatto contrario del concetto di dignità”. Dopo la sentenza, il suo legale le inviò un messaggio amaro: “Cara Angela, spero che il tempo decorso dopo la lettura della sentenza ti consenta di stare più serena, essendo evidente che l’esito si è basato sulla (falsa) testimonianza delle tue ex colleghe…”. Nessun ricorso in Cassazione, nessuna via d’uscita. “Ci ho soltanto rimesso – conclude Anna – migliaia di euro di spese legali. Senza intascare un euro, senza ricevere uno straccio di riconoscimento per quasi 20 anni di lavoro”.
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