Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e con il Presidente della Camera Roberto Fico,al Parlamento in seduta comune per la cerimonia di giuramento .(foto di Francesco Ammendola - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)
Dal 2026 il giorno dedicato a San Francesco sarà nuovamente rosso sul calendario, con effetti economici e politici già al centro delle discussioni.
Il 4 ottobre, data della solennità di San Francesco d’Assisi, tornerà a essere festa nazionale a partire dal 2026, anno dell’ottocentesimo anniversario della morte del santo patrono d’Italia. La misura è stata proposta da Noi Moderati e Fratelli d’Italia, con il sostegno di Forza Italia e Lega, riportando nel calendario ufficiale una celebrazione che era stata abolita nel 1977. La prima occasione utile sarà il 4 ottobre 2027, che cadrà di lunedì, poiché nel 2026 la data coincide con una domenica. Scuole e uffici pubblici resteranno chiusi, come già accade il 25 dicembre, il Primo maggio e negli altri giorni riconosciuti come festività nazionali.
Il ritorno della festa nazionale porta benefici concreti ai lavoratori. Per i dipendenti del settore privato, i festivi saranno pagati con maggiorazioni, mentre alcune categorie di dipendenti pubblici, come le forze dell’ordine, potranno contare su un giorno festivo in più. Sarà lo Stato a coprire i costi legati alla retribuzione extra, stimati in crescita per l’ampliamento del calendario delle festività. Una decisione che non solo ha un forte valore simbolico e culturale, ma che incide anche sul piano economico e organizzativo di aziende e istituzioni.
Nonostante l’ampio consenso, la misura non ha messo d’accordo tutti. In commissione Bilancio, il deputato Dieter Steger del gruppo Misto-minoranze linguistiche ha avanzato un emendamento per inserire nell’elenco delle festività nazionali anche il 19 marzo, giorno di San Giuseppe. La proposta, tuttavia, è stata respinta dal governo, che ha sottolineato l’eccessivo costo e il rischio di innescare una serie di ulteriori richieste. «E allora mettiamo anche San Girolamo o San Tommaso», ha commentato ironicamente un parlamentare di maggioranza dopo la seduta. Una vera e propria “sfida tra santi” che ha animato il confronto politico a Montecitorio, in attesa del voto dell’aula della Camera, previsto tra mercoledì e giovedì, prima del passaggio definitivo al Senato.
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