Paolo Gentiloni rompe il silenzio: il Pd non è pronto a sfidare Giorgia Meloni. Parole che scuotono i riformisti mentre la segretaria Schlein affronta tensioni interne.
Conosciuto per i toni pacati e il passo felpato, Paolo Gentiloni ha scelto questa volta la via della franchezza. In un’intervista ha affermato che “i partiti di opposizione non sono pronti per vincere le elezioni e a diventare una vera alternativa all’attuale governo di destra guidato da Giorgia Meloni”. Un giudizio che pesa, soprattutto perché arriva da chi negli anni è diventato simbolo della sinistra istituzionale, quella che non alza la voce ma lavora dietro le quinte.
Le sue parole arrivano in un momento delicato per il Pd, già scosso da fratture interne e polemiche crescenti sulla leadership di Elly Schlein. La segretaria ha convocato la direzione nazionale a distanza di sette mesi dall’ultima riunione, fissandola strategicamente alla vigilia delle regionali nelle Marche. Un tempismo che, secondo i critici interni, ha tutta l’aria di una trappola politica: in caso di sconfitta, i riformisti diventerebbero i capri espiatori.
Il primo banco di prova sarà il voto nelle Marche, ma gli scenari che agitano i dem guardano oltre. Gli analisti parlano di un possibile 3-3: centrodestra vittorioso in Marche, Veneto e Calabria, mentre al campo largo resterebbero Toscana, Puglia e Campania. Un risultato che indebolirebbe la segretaria, ma non ne sancirebbe la fine.
Diverso sarebbe il caso di una sconfitta in Campania, dove il governatore Vincenzo De Luca resta una scheggia impazzita capace di complicare i piani del Nazareno. Se il Pd perdesse anche una roccaforte come Napoli, lo scenario si farebbe drammatico: le pressioni per un cambio di leadership diventerebbero insostenibili.
La presa di posizione di Gentiloni ha fatto suonare un campanello d’allarme tra i riformisti, che tornano a chiedere di rimettere in discussione la linea della segreteria. Nomi come Lorenzo Guerini e Pina Picierno si muovono ormai senza l’ombra ingombrante di Stefano Bonaccini. L’obiettivo: rilanciare un Pd capace di parlare a tutto l’elettorato, non solo a una parte.
Il rischio evocato da più parti è quello di replicare lo schema già visto con Enrico Letta: sconfitta alle urne, dimissioni, congresso e ripartenza. Un ciclo che potrebbe riportare il partito al congresso del 2027, data che molti vedono come l’ultima chiamata per salvare la “casa madre”. Nel frattempo, il coro di allarmi interni sembra avere già una colonna sonora: quella di Daniele Silvestri, preferito da Schlein, con il ritornello amaro “È solo acqua che scorre, è questo tempo che corre”.
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