Due giovani di 18 anni, Alessandro Chiani e Ahmed Atia, sono accusati di aver partecipato all’aggressione in Corso Como a Milano, dove un 22enne è rimasto gravemente ferito.
I due diciottenni arrestati: profili diversi, stessa spirale violenta
Secondo le indagini, Alessandro Chiani, 18 anni, sarebbe colui che ha sferrato le coltellate al fianco e alla schiena del giovane studente di 22 anni. È cresciuto in un quartiere residenziale della zona di Monza, dove da adolescente frequentava l’oratorio e conduceva una vita considerata ordinaria. L’altro maggiorenne coinvolto, Ahmed Atia, proviene invece da una realtà più periferica e segnata da contesti sociali complessi. Entrambi, però, avrebbero adottato atteggiamenti e pose da “maranza”, cercando di costruirsi un’immagine aggressiva e legata alla cultura di strada, nonostante percorsi giovanili apparentemente distanti.
Le ricostruzioni investigative indicano che i due si allenavano tra calcio e palestra, lavorando sulla fisicità e mantenendo una cerchia di conoscenze che condivideva atteggiamenti legati alla violenza e alla sfida. Le intercettazioni suggeriscono che dopo l’aggressione sarebbero stati disposti a colpire ancora, mostrando distacco dalle conseguenze delle loro azioni.
L’aggressione di Milano e la vittima: un 22enne ridotto in fin di vita
I fatti risalgono al 12 ottobre, quando un ragazzo di 22 anni, studente della Bocconi, è stato aggredito e rapinato in Corso Como a Milano. Il gruppo, composto da cinque giovani, avrebbe circondato la vittima colpendola con calci e pugni, per poi infliggere due coltellate che hanno causato danni permanenti e un’alta possibilità di invalidità definitiva. Il bottino della rapina ammontava a una banconota da 50 euro. Dopo l’arresto, alcuni degli indagati sarebbero apparsi fragili e disorientati, presentandosi in tuta e ciabatte davanti agli agenti, con atteggiamento dimesso rispetto alla brutalità dell’aggressione.
Le parole dei magistrati: “Disumana indifferenza”
Dagli atti emergono intercettazioni e conversazioni tra gli indagati tenute anche alla presenza degli agenti, nelle quali i ragazzi avrebbero mostrato compiacimento per quanto accaduto e l’intenzione di ripetere azioni simili. Gli inquirenti descrivono il comportamento come caratterizzato da “violenza gratuita” e da una “disumana indifferenza” verso la sofferenza altrui. Le conversazioni riportano riferimenti a ulteriori aggressioni da compiere, viste come una sorta di sfogo da replicare, con l’obiettivo di ottenere un bottino maggiore rispetto alla rapina precedente.
Gli elementi raccolti rafforzano l’ipotesi di un comportamento seriale, privo di motivazioni legate al contesto personale e più vicino a un’escalation ricercata e deliberata, ispirata a modelli di violenza urbana.
This website uses cookies.