Secondo l’avvocato, la cifra chiesta ai servizi sociali era una provocazione e non un tentativo di lucro, ma la scelta si è rivelata un boomerang nella vicenda giudiziaria.
La vicenda della famiglia anglo-australiana che viveva nei boschi di Chieti si arricchisce di un nuovo capitolo: la richiesta di 150mila euro avanzata dai genitori per sottoporre i figli a una visita di neuropsichiatria infantile e alle analisi del sangue richieste dal Tribunale.
Una cifra che ha immediatamente sollevato dubbi e polemiche, soprattutto alla luce dello stile di vita scelto dai genitori, che dichiaravano di voler crescere i figli lontani “dallo stress dei soldi” e in contatto diretto con la natura.
L’avvocato della famiglia, Giovanni Angelucci, respinge però l’idea che potesse trattarsi di una richiesta economica reale.
«Era una provocazione, una sorta di cauzione» spiega il legale, sostenendo che i suoi assistiti intendessero affermare un principio e non ricavare denaro dall’adempimento degli obblighi sanitari.
Secondo il legale, la famiglia avrebbe percepito le richieste degli assistenti sociali come eccessive o lesive dei propri diritti, reagendo con una mossa dimostrativa che, ammette, «si è ritorta contro» di loro.
A innescare l’intervento delle autorità, ricorda l’avvocato, è stato l’episodio dell’aprile 2024, quando i bambini erano stati portati al pronto soccorso per una sospetta intossicazione da funghi.
Gli atti parlano di un’intossicazione alimentare, ma il legale sostiene che si trattasse di una semplice indigestioni e che, se si fosse trattato di funghi velenosi, «saremmo al cimitero a pregare o in attesa di un trapianto di fegato».
Nonostante questa posizione, l’episodio ha aperto un fascicolo che ha portato i servizi sociali a effettuare verifiche sulla salute dei minori e sulle condizioni della casa in pietra isolata nel bosco, priva di servizi essenziali.
Da qui la richiesta di esami e valutazioni specialistiche che i genitori hanno contestato, fino alla decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila di sospendere temporaneamente la responsabilità genitoriale e allontanare i bambini dall’abitazione.
Tra le criticità evidenziate dagli assistenti sociali era emersa anche l’assenza di un pediatra assegnato ai tre minori.
L’avvocato precisa che i bambini avevano avuto un pediatra quando vivevano a Torano, in provincia di Teramo, e che erano in possesso di tesserino sanitario e libretto vaccinale.
Dopo il trasferimento nel bosco, sostiene il legale, non era stato ancora assegnato un nuovo pediatra perché i bambini «non erano mai stati male».
Una versione che non cambia il dato formale: allo stato dei fatti, i minori non risultavano seguiti da un medico di riferimento, elemento valutato negativamente nel procedimento.
Una provocazione che pesa nel giudizio
La richiesta dei 50mila euro per ciascun bambino, definita dal legale una “garanzia” per evitare che i figli diventassero “cavie”, ha complicato ulteriormente la posizione dei genitori.
Il gesto, pensato come una sfida simbolica al sistema, è stato interpretato dalle autorità come un comportamento non collaborativo, rafforzando la necessità di un intervento di tutela.
This website uses cookies.