Secondo il viceispettore Roberto Belfiore, i contrasti familiari esplosi sui social avrebbero alimentato le tensioni che hanno portato all’omicidio di Irene Margherito nel 2024.
La ricostruzione dei dissidi familiari e il ruolo dei post online
In Corte d’Assise a Brindisi è proseguito il processo per l’omicidio di Irene Margherito, la 47enne uccisa il 26 maggio 2024 con un solo colpo di pistola calibro 7.65 mentre viaggiava lungo la complanare della SS7.
L’unico imputato è Adamo Sardella, accusato di omicidio volontario aggravato dai futili motivi, tentato omicidio di Cosimo Franco Acquaviva e porto abusivo d’arma.
Secondo quanto riferito dal viceispettore Roberto Belfiore, le tensioni familiari sarebbero deflagrate a causa di una serie di post pubblicati su Facebook da Irene Margherito e dalla figlia Natalia.
Dai messaggi estratti da cinque cellulari sequestrati emergerebbero forti screzi tra Irene, la sorella Giuseppina e il figlio Alessandro, irritati per il contenuto di quei post.
I messaggi venivano spesso condivisi nel gruppo Whatsapp “Family”, frequentato da Adamo Sardella, da sua moglie e da Alessandro Sardella.
I post riguardavano soprattutto la mancata partecipazione di Alessandro a eventi familiari, come il matrimonio della sorella e il baby shower, oltre alla sua assenza dopo l’intervento in ospedale di Irene.
Secondo Belfiore, la donna aveva scritto online che “i figli dovrebbero accudire i genitori e non era il suo caso”, frase che avrebbe acceso ulteriori polemiche.
Il viceispettore ha confermato anche la presenza di messaggi minacciosi attribuiti a Adamo Sardella, contrari ai post che «esponevano fatti privati».
Tra i messaggi citati, uno recita: “Smettetela con i post, se mi parte la testa finiamo nel sangue. Voglio stare tranquillo”.
La difesa ha ricordato un precedente procedimento per minacce, durato sette anni, che aveva coinvolto le due famiglie.
Nell’udienza, presieduta da Maurizio Saso con il giudice a latere Ambrogio Colombo, erano presenti anche i familiari della vittima, difesi dagli avvocati Rosanna Saracino, Simona Ermanno, Chiara Dadamo e Rosanna Raimo.
Il contesto ricostruito dagli inquirenti descrive rapporti familiari deteriorati e una frattura interna tra due blocchi contrapposti.
I rilievi tecnici e le testimonianze in aula
In aula ha deposto anche l’ingegnere Maurizio Ingrosso, incaricato dell’estrazione forense dei contenuti presenti nei cellulari sequestrati.
Successivamente è intervenuto il medico legale Domenico Urso, autore dell’autopsia sul corpo della vittima.
Urso ha stabilito che il colpo è stato esploso da una distanza compresa tra i 50 centimetri e un metro.
Il proiettile ha colpito la parte posteriore destra della testa per fuoriuscire dal lato sinistro, causando un coma immediato.
Il compagno della donna, Cosimo Franco Acquaviva, sarebbe stato bersaglio del tentato omicidio contestato all’imputato.
Secondo gli investigatori, la lite culminata nella tragedia sarebbe il risultato di una spirale di rancori, commenti online e vecchi contenziosi mai risolti.
La prossima udienza è prevista per il 13 gennaio, quando verrà approfondito il precedente procedimento per minacce citato dalle parti.
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