Vittorio Feltri al Circolo Canottieri Aniene durante la presentazione del libro ''Com'era bello l'inizio della fine - I grandi incontri della mia vita', Roma 16 Maggio 2022. ANSA/GIUSEPPE LAMI.
L’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso da Marin Jelenic, viene definito da Vittorio Feltri una sconfitta dello Stato, incapace di fermare chi era noto come violento e irregolare.
L’uccisione del capotreno Alessandro Ambrosio, 34 anni, ha scosso l’opinione pubblica e riaperto il dibattito sulla sicurezza. A intervenire con parole durissime è Vittorio Feltri, che nella sua rubrica ha definito quanto accaduto una vera e propria resa dello Stato.
“È stato possibile perché lo Stato, davanti a certe dinamiche, non è uno Stato, è un ufficio che timbra carte. E quando uno Stato si riduce a timbrare carte, qualcuno muore”, scrive Feltri. Questa volta, sottolinea il direttore, è toccato a un giovane che stava semplicemente facendo il proprio lavoro, il capotreno Alessandro Ambrosio.
A colpire Feltri è soprattutto il fatto che l’autore dell’omicidio, Marin Jelenic, fosse una figura già nota alle autorità. Su di lui pendeva un ordine di allontanamento dall’Italia, ed erano conosciuti precedenti per porto d’armi da taglio e comportamenti violenti.
“Si sapeva che era irregolare, si sapeva che era aggressivo. E si sapeva anche che aveva precedenti per porto d’armi da taglio e condotte violente”, ricorda Feltri. Da qui la domanda che, secondo il direttore, accomuna molti cittadini: “Che cosa doveva ancora fare prima che lo trattenessero? Doveva lasciare un biglietto con scritto tra mezz’ora ammazzo qualcuno affinché la macchina burocratica si decidesse a muoversi?”.
Il sarcasmo serve a mettere a nudo una falla strutturale. “Se un soggetto è irregolare, aggressivo e armato (o abituato ad armarsi), è una mina vagante che prima o poi esplode”, osserva Feltri, ricordando come nel caso di Jelenic un primo coltello fosse già stato sequestrato. “Ma che ci vuole a comprarne un altro?”, si chiede.
Secondo Feltri, la responsabilità non ricade sul singolo agente, ma su un sistema che paralizza ogni intervento concreto. “Spesso non è colpa dell’agente che ferma. Il poliziotto può identificare, accompagnare, verbalizzare, segnalare. Ma poi entra in scena quel mostro molle e irresponsabile che è il sistema: rimpalli, procedure, tempi, note, moduli, convalide, competenze, uffici. E mentre la carta viaggia, il violento cammina…”.
Per il direttore, la sicurezza pubblica è stata trasformata in una sorta di gioco dell’oca burocratico. Da qui una proposta netta, senza sfumature: “Quando si ferma un individuo clandestino che si dimostra aggressivo, soprattutto se ha precedenti per armi e violenza, non lo si rimette in libertà. Punto. Lo si trattiene. Lo si porta in un Centro per il Rimpatrio. Si avviano immediatamente le procedure. E si rimpatria. Fine”.
Feltri affronta anche il tema dei diritti, anticipando le obiezioni: “Si obietterà: Eh, ma i diritti?. Benissimo: i diritti valgono per tutti. Ma prima vengono i diritti fondamentali dei cittadini che prendono un treno, lavorano in stazione, mandano i figli a scuola, camminano per strada. Il primo diritto è vivere. E se lo Stato non garantisce questo, allora non è più Stato”.
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