Per Vittorio Feltri il 2026 segna il ritorno degli imperi, un’epoca dominata dai rapporti di forza in cui l’Italia deve restare con gli Stati Uniti, senza illusioni e senza neutralità di comodo.
Secondo Vittorio Feltri, il tempo delle favole geopolitiche è finito e il 2026 si apre sotto il segno di una realtà brutale, nella quale gli imperi tornano a regolare i conti sia all’esterno, contro i concorrenti, sia all’interno, contro le proprie periferie, senza più preoccuparsi di mascherare i rapporti di forza dietro parole rassicuranti o formule morali destinate alle anime sensibili.
È una dinamica antica, che Feltri riconduce all’insegnamento di Giuseppe Prezzolini, per il quale il diritto nasce dalla forza e non dalla retorica, una verità sgradevole ma confermata ogni volta che la storia accelera e smette di chiedere il permesso ai predicatori del bene.
In questo scenario, osserva Feltri, un Paese come l’Italia non può permettersi ambiguità strategiche né esercizi di stile. Non avendo un proprio impero e non potendosi inventare un ruolo che non possiede, l’unica collocazione possibile resta quella nell’orbita americana, non per adesione sentimentale ma per necessità fisiologica, paragonabile all’aria che non si ama ma senza la quale si muore.
Feltri richiama un precedente che conosce bene, quello del 2003, quando Silvio Berlusconi tentò di dissuadere George W. Bush dall’avventura irachena, fondata su una bomba atomica mai esistita, e tornò da Texas sconfitto ma consapevole dei limiti del peso italiano nello scacchiere globale.
Da quella consapevolezza nacque una scelta simbolica e politica insieme, schierarsi comunque con Washington, perché, come Feltri ricordava allora dirigendo Libero, meglio l’America della Mesopotamia, almeno finché resta uno spazio minimo di libertà che consenta di criticare chi governa senza finire impiccati.
Oggi, secondo Feltri, la storia si ripete con attori diversi ma con la stessa logica di fondo.
Come Berlusconi con Bush, Giorgia Meloni prova a fare con Donald Trump, cercando di limitare i colpi di testa dell’imperatore senza coltivare illusioni sulla sua natura.
Se l’imperatore colpisce, avverte Feltri, non ha senso fare gli schizzinosi, cambiare padrone o rifugiarsi in una neutralità che nella realtà non esiste, perché in certi passaggi storici vale la lezione ruvida di Indro Montanelli, quella del turarsi il naso non per amore ma per sopravvivenza.
Nel quadro delineato da Feltri, l’Europa appare un soggetto che parla molto e incide poco, capace di produrre opinioni ma non di determinare i destini, nemmeno i propri, mentre intorno si muovono imperi maggiori e minori, da quello russo subordinato a quello cinese, giudicato inquietante, fino all’ipotesi di un’adesione diretta all’impero cinese, definita apertamente spaventosa.
Degli Stati Uniti, Feltri ammette di non fidarsi e di non essersi mai fidato, ricordando le bombe atomiche sganciate su città giapponesi piene di civili come una macchia che non può essere rimossa dalla memoria storica. Tuttavia, tra un impero che bombarda e poi si vergogna e altri che bombardano rivendicando con orgoglio, la differenza esiste ed è proprio in quella differenza che si consuma la scelta tragica del nostro tempo.
Non si tratta di esaltare Trump né di applaudirne le imprese, ma di non vendere l’anima inseguendo purezze astratte, perché chi predica la perfezione morale finisce spesso per fare da spalla al più violento. In un mondo in cui i predatori hanno smesso di fingere di essere vegetariani, conclude Feltri, il realismo disincantato resta l’unico strumento per restare vivi e, paradossalmente, per difendere quel poco di libertà che ancora resiste.
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