EP Plenary session - Recent legislative changes in Hungary and their impact on fundamental rights
Ilaria Salis commenta la liberazione di Alberto Trentini dal Venezuela, racconta il sollievo della scarcerazione ma evita ogni riferimento al ruolo del governo italiano e difende il regime di Nicolás Maduro.
“Ovviamente sono molto contenta che questo incubo per Alberto e i suoi cari sia finito. Doveva finire molto prima, certo, ma sono molto contenta. È una buona notizia che possa tornare a casa”.
Così Ilaria Salis, eurodeputata di Alleanza Verdi Sinistra, ha commentato la liberazione di Alberto Trentini, rimasto detenuto in Venezuela.
L’intervento è avvenuto a Bruxelles, a margine di un’iniziativa politica europea, e si è concentrato quasi esclusivamente sugli aspetti emotivi della scarcerazione.
Nel suo intervento Salis ha richiamato la propria esperienza di detenzione all’estero, spiegando di comprendere pienamente il disorientamento che accompagna l’uscita dal carcere.
“Quando sai che stai uscendo sei molto confuso, anche io non sapevo cosa avrei trovato fuori. Quando sei detenuto all’estero non hai molte notizie su quello che succede in Italia”, ha affermato.
Secondo l’eurodeputata, esistono due momenti distinti: quello della liberazione formale e quello del rientro effettivo a casa, quando “il sollievo, la gioia e la leggerezza arrivano come se si sciogliesse un nodo”.
Nelle dichiarazioni di Ilaria Salis non compare alcun riferimento diretto al ruolo svolto dalle istituzioni italiane nella liberazione di Trentini e dell’imprenditore Mario Burlò, rilasciati dopo una complessa operazione diplomatica.
Al contrario, nella stessa occasione l’eurodeputata ha espresso parole di solidarietà verso il regime venezuelano, guidato da Nicolás Maduro, lo stesso che aveva disposto l’arresto e la detenzione del cittadino italiano.
Una presa di posizione che ha alimentato immediate polemiche politiche, perché mentre la scarcerazione viene raccontata come un fatto quasi esclusivamente emotivo e personale, viene completamente omesso il contesto istituzionale e resta sullo sfondo la responsabilità del governo di Maduro nella vicenda.
Il risultato è un intervento che divide e che riaccende il dibattito sul linguaggio e sulle scelte politiche di chi commenta casi internazionali di detenzione e diritti.
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