Vittorio Feltri ospite di Piero Chiambretti durante la quarta puntata del programma di Rai3 "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", Milano, 2 ottobre 2024. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Vittorio Feltri interviene sul caso Chiara Poggi: rispetto umano per la famiglia, ma la giustizia non può fermarsi. “Condannare un innocente non è pace, è errore”.
Nel tornare sul caso dell’omicidio di Chiara Poggi, Vittorio Feltri separa nettamente il piano umano da quello giudiziario. La posizione della famiglia, e in particolare della madre, viene definita “comprensibile” sul piano emotivo, ma non può trasformarsi, secondo Feltri, in un vincolo per la ricerca della verità.
“Perdere una figlia è la tragedia più innaturale che esista”, osserva, ricordando come dopo anni di processi, perizie, ricostruzioni e pressione mediatica sia umano desiderare silenzio e stabilità. Ma, avverte, la giustizia non può diventare “una terapia del lutto” né “un analgesico per il dolore”. La giustizia, ribadisce, “non chiede il permesso” e non può fermarsi davanti al trauma, per quanto sacro.
Feltri individua una dinamica psicologica diffusa dietro l’opposizione a nuove indagini: la paura di riaprire la ferita. Quando la famiglia Poggi respinge ogni ipotesi alternativa o nuovo elemento che rimetta in discussione la colpevolezza di Alberto Stasi, Feltri dice di non vedere cattiveria, ma timore.
“Meglio una certezza fragile che un dubbio devastante”, osserva, spiegando che dopo anni di dolore l’identificazione di un colpevole diventa un punto fermo psicologico. Una reazione umana, ma inaccettabile come criterio giudiziario. Se la giustizia si fermasse davanti al bisogno di pace dei familiari, aggiunge, non esisterebbero revisioni, non verrebbero riconosciuti errori giudiziari e gli innocenti resterebbero in carcere.
Feltri ribadisce senza esitazioni la propria convinzione: “Io continuo a ritenere Alberto Stasi innocente”. Una posizione sostenuta anche quando era impopolare e accompagnata, ricorda, da critiche e attacchi personali. Proprio per questo ritiene indispensabile valutare fino in fondo ogni nuova pista, ogni elemento alternativo, ogni possibile indagine, senza tabù né autocensure emotive.
“La revisione non si chiede alle vittime, si chiede ai giudici”, afferma, definendola non un atto di crudeltà ma di civiltà. Se domani emergesse che Stasi è innocente, sarebbe “una tragedia nella tragedia” per la famiglia Poggi, ma resterebbe comunque un atto di giustizia. Perché, conclude Feltri, “non esiste dolore che giustifichi la condanna di un innocente”.
Il vero rispetto per Chiara Poggi, secondo questa visione, non è difendere una sentenza a ogni costo, ma arrivare alla verità piena, anche se fa male e costringe a ricominciare. “La giustizia non è un monumento da venerare”, conclude Feltri, “è un cantiere da correggere”.
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