Nel Pd esplode lo scontro tra riformisti e maggioranza: accuse di “disarmo politico”, referendum che divide, dirigenti contro dirigenti e un clima definito ormai apertamente irrespirabile.
Nel Partito Democratico il confronto interno ha superato da tempo i confini del dibattito politico per trasformarsi in una resa dei conti. La miccia è stata accesa da Pina Picierno, che ha parlato di “clima irrespirabile” dopo le parole del costituzionalista Tomaso Montanari, il quale aveva auspicato l’uscita dei riformisti dal partito. Da lì, la discussione è degenerata rapidamente, rivelando una frattura profonda e tutt’altro che ricomposta.
Il nodo non è solo culturale, ma strategico: pluralismo o disciplina di partito. Perché nel Pd di oggi dissentire non viene più letto come contributo, ma come ostacolo. E chi esprime posizioni divergenti viene accusato di indebolire l’opposizione e, indirettamente, di favorire la destra.
A portare lo scontro a un livello superiore è stato Francesco Boccia, uomo di fiducia della segretaria Elly Schlein. In un intervento pubblico ha accusato chi “mina l’unità interna del Pd” di compiere un “errore politico grave”, arrivando a parlare apertamente di “disarmo” dell’opposizione.
Parole che molti hanno letto come una vera e propria intimidazione politica nei confronti dell’area riformista, colpevole di sostenere il Sì al referendum sulla separazione delle carriere. Un fronte che include figure storiche del partito e che viene ormai trattato come un corpo estraneo. Non a caso Lorenzo Guerini, con ironia tagliente, ha osservato che forse Boccia “ce l’aveva con Conte”, mentre altri, come Filippo Sensi, hanno rivendicato la necessità del confronto come linfa vitale del partito.
Ma il messaggio che passa è un altro: chi non si allinea è un problema. E qualcuno, nei commenti social, arriva a invocare esplicitamente “piazza pulita”.
Il referendum sulla giustizia è diventato il detonatore della crisi. Il fronte del Sì, guidato anche da Stefano Ceccanti, è accusato di sabotare la linea ufficiale del partito. Ceccanti ha risposto parlando di “reazioni inconsulte” e rivendicando il diritto di esistere politicamente.
Ancora più duro Stefano Lepri, che ha denunciato una “velata intimidazione” e ricordato che un gruppo dirigente che impone invece di ascoltare perde autorevolezza. Nel frattempo, Goffredo Bettini, dopo essersi detto favorevole alla riforma solo un mese fa, ha annunciato il voto contrario, spiegando che il referendum ormai è diventato un giudizio sul governo Giorgia Meloni.
In tutto questo, la segretaria Schlein resta defilata. Nessuna parola sulla frattura, nessuna presa di posizione pubblica. Omaggi istituzionali e comunicati su altri temi, mentre il partito si lacera. Il risultato è un Pd che discute più di chi deve uscire che di come tornare a vincere.
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