A due mesi dal referendum costituzionale sulla separazione delle carriere, il dibattito televisivo si trasforma in una resa dei conti politica e giudiziaria.
La riforma della giustizia torna al centro dello scontro pubblico durante Piazzapulita, il programma di approfondimento serale di La7, condotto da Corrado Formigli. In studio il clima è teso fin dai primi minuti. Da un lato Italo Bocchino, direttore editoriale del Secolo d’Italia. Dall’altro Alessandro De Angelis, che espone le ragioni di chi considera la riforma costituzionale superflua. Il confronto si concentra su un punto preciso: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, cardine del referendum previsto tra domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026.
Per sostenere l’inutilità della riforma, Alessandro De Angelis richiama le parole di Margherita Cassano, ex presidente della Corte di Cassazione, pronunciate nel 2024 alla Camera dei deputati. “Solo lo 0,83% dei Pubblici Ministeri ha chiesto di passare alle funzioni giudicanti negli ultimi cinque anni e solo lo 0,21% dei giudici ha chiesto il contrario”, aveva dichiarato. Dati utilizzati per sostenere che la separazione delle carriere sarebbe già una realtà nei fatti e che l’intervento sulla Costituzione risulterebbe ridondante. Una lettura che, però, non placa lo scontro politico, anzi lo rende ancora più evidente.
È su questo punto che Italo Bocchino affonda con una provocazione netta, destinata a far rumore. “Allora perché si agitano tanto? Se non conta nulla questa riforma perché si agitano? Mi hai convinto, non c’è problema”, replica in diretta. Una frase che sintetizza la linea del fronte favorevole al Sì e mette in discussione la coerenza delle proteste. Il referendum, va ricordato, non sarà abrogativo ma costituzionale confermativo. Non è previsto alcun quorum e la riforma entrerà in vigore se prevarrà la maggioranza dei voti validi. Il progetto prevede la separazione definitiva delle carriere, lo sdoppiamento del CSM e l’introduzione del sorteggio per parte dei componenti, togati e laici, per ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura. Un impianto che il governo presenta come garanzia di autonomia e imparzialità, mentre l’opposizione e una parte delle toghe lo contrastano apertamente.
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