Vittorio Feltri ospite di Piero Chiambretti durante la quarta puntata del programma di Rai3 "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", Milano, 2 ottobre 2024. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Vittorio Feltri ricostruisce una scomparsa trasformata in gogna pubblica, denuncia i processi mediatici e accusa l’informazione di cercare colpevoli senza prove, sacrificando innocenti sull’altare dell’audience.
Vittorio Feltri ricorda con precisione il clima che accompagnò una scomparsa diventata, in pochi giorni, un caso nazionale. Un contesto che definisce “torbido” e “isterico”, dominato da una ricerca spasmodica di colpevoli prima ancora di accertare i fatti. Secondo Vittorio Feltri, si tratta di un copione visto e rivisto nel corso di oltre mezzo secolo di giornalismo: si individua un bersaglio, lo si isola, lo si espone pubblicamente e lo si consegna alla pressione collettiva. In quella vicenda, il bersaglio fu un giovane uomo descritto come pacato e riservato, la cui unica “colpa” era stata offrire ospitalità a una donna adulta, pienamente capace di intendere e di volere, che si era allontanata volontariamente da casa chiedendo riservatezza. Non esistevano prove, né indizi concreti, né elementi compatibili con ipotesi di sequestro o di omicidio. Eppure, per giorni e settimane, quell’uomo venne raccontato come “un mostro in potenza”, un presunto femminicida, esposto a una pressione tale da evocare apertamente il linciaggio.
Quando la verità emerse e la donna risultò viva, libera e in buone condizioni, il racconto pubblico si interruppe bruscamente. Nessuna autocritica, nessuna assunzione di responsabilità, nessuna riflessione sulle conseguenze umane di quella narrazione. Anzi, come sottolinea Vittorio Feltri, avvenne qualcosa di ancora più grave: il ribaltamento immediato della prospettiva. La donna divenne improvvisamente intoccabile, da comprendere e giustificare. L’uomo, invece, non ricevette alcuna riparazione morale. Qui, secondo Vittorio Feltri, emerge un vizio strutturale dell’informazione contemporanea: i processi non si svolgono più nei tribunali, ma nei talk-show e nei circuiti mediatici. In questi processi sommari opera un doppio standard costante: “ferocia assoluta se l’indagato è un uomo”, indulgenza automatica dall’altra parte, anche quando esistono responsabilità oggettive. Il giornalista afferma di aver visto troppe volte reputazioni distrutte, famiglie annientate e vite spezzate prima ancora di un’aula di giustizia.
Nel suo intervento, Vittorio Feltri richiama esplicitamente il caso di Enzo Tortora, simbolo di una giustizia travolta dal clamore mediatico. Difenderlo quando veniva dato per colpevole, ricorda, fu un dovere morale prima ancora che professionale. Oggi, quella lezione appare dimenticata. Chi invita alla prudenza viene accusato di insensibilità, chi chiede prove viene dipinto come complice. Per Vittorio Feltri, il punto resta “semplice e brutale”: la giustizia richiede tempo, metodo e rigore. La verità non nasce dalle urla, ma dai fatti. I processi mediatici, costruiti sull’emotività e sull’ideologia, producono solo nuove vittime, spesso innocenti. “Prima di condannare qualcuno, accertatevi che sia colpevole. Il resto è linciaggio”.
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