Vittorio Feltri denuncia una contraddizione “oscena”: poliziotti indagati per omicidio se reagiscono, mentre chi li massacra a martellate trova attenuanti e prudenza giudiziaria.
Le parole di Vittorio Feltri sono un atto d’accusa senza sconti contro quello che definisce un corto circuito ormai normalizzato.
“La contraddizione che tu segnali non è solo evidente, direi che è addirittura oscena”, afferma. Una stortura che non scandalizza più perché, dice Feltri, “ci siamo assuefatti all’assurdo”. Proprio per questo, sostiene, va rimessa sotto una luce cruda.
Il punto è netto: quando un poliziotto, durante un’operazione di servizio, spara a un criminale che gli punta contro un’arma, “scatta automaticamente l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario. Volontario”.
Un paradosso che Feltri smonta con sarcasmo feroce: come se l’agente fosse uscito di casa “per sport, per piacere, per diletto”, come andare a caccia.
Come se non stesse lavorando. Come se non stesse scegliendo tra due alternative semplici e brutali: vivere o morire.
Feltri incalza con una domanda che definisce banale, ma evidentemente necessaria: “Che cosa avrebbe dovuto fare quel poliziotto? Farsi sparare? Farsi ammazzare?”.
Mettere a rischio la vita propria, dei colleghi e dei cittadini per evitare un avviso di garanzia?
Il messaggio che passa, secondo il direttore, è devastante: “Se ti difendi, sei colpevole. Se invece ti fai ammazzare, sei un eroe. Postumo”.
Poi c’è Torino. Un agente isolato, circondato, pestato in gruppo. “Non pugni. Non spintoni. Armi. Armi improprie”: spranghe, bastoni, martelli, perfino un’ascia.
Una violenza che, dice Feltri, se non è tentato omicidio, “allora dobbiamo riscrivere il codice penale da capo”.
Eppure, qui la prudenza giudiziaria cambia registro. “Qui le parole si fanno morbide. Si parla di scontri, di tensione, di contesto”.
Il fascicolo per tentato omicidio aggravato non sembra così automatico come lo è quando a premere il grilletto è una divisa. “Questa non è giustizia. È il suo opposto”, sentenzia Feltri.
Per il giornalista, il problema è culturale e politico insieme.
È il riflesso di un Paese in cui l’autorità viene guardata con sospetto a prescindere, mentre la violenza politicamente orientata trova sempre “una scusa, un’attenuante, una narrazione comprensiva”.
In questo quadro, Feltri richiama le parole di Giorgia Meloni, definite di “evidenza quasi imbarazzante”: “Se non difendiamo chi ci difende, non esiste lo Stato di diritto”.
Non uno slogan, ma un dato di realtà. “Lo Stato di diritto non nasce nei palazzi, nasce per strada”, spiega. Nasce quando un cittadino vede una divisa e capisce che quella divisa rappresenta la legge.
Se quella divisa diventa un bersaglio legittimo, se può essere presa a martellate senza conseguenze esemplari, allora lo Stato arretra.
E, avverte Feltri, “quando lo Stato arretra, avanza il branco”.
Non è in gioco la libertà di manifestare. È in gioco un principio elementare: “chi adopera la violenza contro lo Stato deve sapere che lo Stato reagisce, e reagisce senza complessi”.
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