Alla Direzione del Partito democratico Pina Picierno attacca frontalmente Elly Schlein, denuncia la deriva a sinistra e mette in discussione la natura stessa del Pd, evocando una frattura ormai irreversibile.
La resa dei conti è avvenuta a viso aperto, nel luogo più politico possibile, la Direzione del Partito democratico.
Qui Pina Picierno, europarlamentare e vicepresidente del Parlamento europeo, ha contestato alla radice la leadership di Elly Schlein, mettendo in discussione non solo le scelte politiche della segretaria, ma l’intero impianto culturale del partito sotto la sua guida.
“Il pluralismo non è una concessione, non è lasciar parlare qualcuno e poi fare come se nulla fosse perché c’è già un’altra linea”, ha affermato Picierno, chiarendo che non si tratta di una polemica personale ma di una questione strutturale.
Secondo la vicepresidente dell’Europarlamento, il pluralismo non può ridursi a una tolleranza formale, mentre le decisioni reali vengono prese altrove, ignorando sistematicamente le posizioni riformiste ed europeiste.
Da questo momento, una ricomposizione appare difficile, perché dietro Picierno si muove un’area minoritaria ma significativa del Pd, che da tempo vive con disagio quella che viene definita una progressiva radicalizzazione identitaria della segreteria.
Nel suo intervento, Picierno ha insistito sul concetto di unità come riconoscimento reale delle differenze.
“Ci può essere unità anche avendo posizioni diverse, se quelle posizioni vengono ascoltate, riconosciute e apprezzate”, ha spiegato, aggiungendo che la frattura nasce quando le differenze vengono “ridotte all’invisibilità, insultate, annichilite”.
Un passaggio che segna un punto di non ritorno, perché la dirigente dem parla apertamente di una fuoriuscita silenziosa ma costante di pezzi importanti della storia del partito.
“C’è una lenta, taciuta, nascosta ma progressiva e inesorabile tendenza di dirigenti che stanno lasciando questa comunità”, ha detto, citando figure simboliche come Romano Prodi e Walter Veltroni, e sottolineando come molti fondatori non riconoscano più il Pd di oggi.
Il riferimento non è nostalgico, ma politico: la perdita di una identità riformista capace di parlare a un elettorato ampio e non confinato alle “curve”.
Il tema del referendum sulla giustizia diventa lo specchio di una crisi più profonda.
“Noi non possiamo sopportare più… il Pd è ancora casa per i democratici, per i liberali?”, si è chiesta Picierno, rivendicando le ragioni originarie di un partito nato per parlare a tutti gli italiani.
Il parallelo con il referendum costituzionale del 2016 è esplicito: “Quella fu una frattura dolorosa, oggi vedo spirali di radicalizzazione ancora più profonde”.
Secondo Picierno, un gruppo dirigente ha il diritto di proporre una linea politica, ma non quello di cambiare la natura del partito.
“Il Pd non è nato come un partito di sinistra identitario”, ha ribadito, ricordando la propria formazione nella Margherita e denunciando un clima in cui citare la parola “liberale” equivale a essere trattati come un nemico.
La chiusura è affidata a una metafora amara: “Sugli autobus c’è scritto di non parlare al conducente, ma forse la strada che stiamo percorrendo non è quella scelta insieme”.
Un messaggio che suona come un avvertimento politico e come la certificazione di una frattura che, nel Pd, non è più sotterranea.
This website uses cookies.