Dopo l’addio al sacerdozio, don Giovanni Gatto racconta le centinaia di telefonate ricevute da preti in attività e denuncia una realtà diffusa di solitudine e ipocrisia.
Da quando ha annunciato la richiesta di dispensa dal sacerdozio e ha scritto una lettera al Papa per spiegare la scelta di voler diventare padre, don Giovanni Gatto, ex parroco di Tempera, frazione de L’Aquila, è stato travolto da una valanga di telefonate, messaggi e confidenze.
A cercarlo sono stati sacerdoti di tutta Italia, alcuni ancora in attività, altri che la tonaca l’hanno già lasciata da tempo, accomunati dal bisogno di raccontarsi.
«Mi hanno ringraziato perché ho espresso quello che loro non riescono nemmeno a pensare ad alta voce», ha spiegato l’ex parroco, raccontando come la sua vicenda abbia superato i confini personali.
«Questa non è un’eccezione. È una realtà enorme, nascosta, che la Chiesa conosce ma di cui non parla», afferma, sottolineando che il suo gesto ha fatto emergere una sofferenza silenziosa e diffusa.
Nel racconto di don Giovanni Gatto emerge un quadro duro ma privo di polemica.
«Stiamo vivendo una grande ipocrisia, una paradossalità», dice, spiegando che molti preti continuano a celebrare, predicare e ascoltare le famiglie mentre, una volta rientrati a casa, affrontano una solitudine che li consuma.
Altri, racconta, vivono relazioni affettive vere e profonde, ma sono costretti a nasconderle «come se fossero una colpa».
Il punto centrale, per lui, non è la fede.
«Io amo essere prete, amo la mia fede», gli confidano molti colleghi, «ma non riesco più a vivere senza affetto, senza una relazione, senza qualcuno che mi aspetti a casa».
Il nodo resta il celibato ecclesiastico, definito «un modello che oggi non riesce più a contenere la vita reale di molti sacerdoti».
Secondo l’ex parroco, la crisi delle vocazioni è strettamente legata a quella delle parrocchie.
«Non c’è più relazione con il popolo. I preti devono seguire più paesi, limitarsi alle celebrazioni e alle pratiche d’ufficio», spiega, ricordando che il cuore del ministero era l’ascolto e il legame umano.
Un legame che oggi, aggiunge, si è indebolito, lasciando molti sacerdoti in una solitudine profonda.
Rivolgendosi a chi lo ha contattato in questi giorni, don Giovanni Gatto conclude con una speranza: «Spero che il mio gesto possa aprire una porta. Non solo per chi ha lasciato, ma per quei preti che oggi soffrono in silenzio. So che sono migliaia. E so che molti di loro non parleranno mai. Ma esistono e stanno male».
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