Vittorio Feltri riflette sull’avvio di Milano-Cortina tra orgoglio italiano, critica alla decadenza culturale e la sfida decisiva: portare bellezza e sicurezza anche nelle periferie ferite.
Accanto al televisore Vittorio Feltri racconta di aver appeso un quadro regalatogli da Silvio Berlusconi: un tram arancione che scivola vicino all’Arco della Pace, immagine semplice ma capace di racchiudere Milano all’alba, con quella luce umida che non è mai malinconica.
Feltri richiama Ernest Hemingway, secondo cui “Milano è l’odore del mattino”, un odore che dice di aver risentito guardando l’avvio delle Olimpiadi Milano-Cortina.
Le aspettative, però, erano basse. Le Olimpiadi recenti non avevano lasciato grandi ricordi: la Grecia piegata dai conti truccati, Parigi 2024 segnata da simboli estremi e da una decadenza scambiata per avanguardia. Feltri cita anche Alain Finkielkraut, isolato in patria per averlo fatto notare.
Milano, invece, sorprende. A San Siro, simbolo che “vale il Colosseo”, esplode il genio italiano dei colori: eleganza composta, vitalità senza isterie, identità che non ha bisogno di scandalizzare per esistere.
Nel racconto di Feltri, i disegni di Giorgio Armani restituiscono un’Italia solida, non nevrotica, che non chiede scusa per essere ciò che è. L’arte non come lusso, ma come prosecuzione del lavoro: Teatro alla Scala, il balletto, la manifattura che diventa stile.
È l’Italia di Milano e del Veneto, territori che sanno rinascere perché non hanno mai smesso di fare. Un processo che Feltri collega a una continuità amministrativa iniziata anni fa, tra infrastrutture, modello pubblico-privato e logistica dei trasporti.
Lo sport, in questo quadro, diventa epica civile: non retorica, ma racconto condiviso. Non manca una stonatura: “Volare” di Domenico Modugno affidata a una star americana, scelta che Feltri definisce un tradimento simbolico, un cedimento al marketing. Ma l’eleganza dei balletti e le immagini di Cortina e Bormio reggono l’urto e “ingioiellano l’Italia”.
Mentre San Siro celebra, Feltri osserva un altro segnale: Giorgia Meloni va a Rogoredo. Non piaggeria, precisa, ma onestà intellettuale.
Aveva parlato di un’Italia a due velocità: Olimpiadi lucenti e periferie abbandonate. La visita a Rogoredo indica che il governo non intende accettare le piaghe del Paese come destino irredimibile né nasconderle sotto tappeti decorativi. Rogoredo non è una nota a piè di pagina, ma una ferita aperta.
Feltri mantiene il suo pessimismo “igienico”, ma riconosce un tentativo serio di tenere insieme sicurezza e libertà, contro la favola dello Stato di polizia e contro la licenza di devastare concessa ai vandali. Occupazione in crescita e opere che avanzano compongono un processo di continuità: modernità come aggiungere senza distruggere.
Il punto è netto: Milano-Cortina può essere l’inizio di una storia buona solo se la bellezza scende dal palco alla città reale. Altrimenti resta cartolina. Se l’Italia saprà tenere insieme il tram che scorre all’alba e il quartiere ferito che chiede ordine e dignità, l’odore del mattino non sarà un ricordo letterario, ma una promessa mantenuta.
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