Caso Crans-Montana, la vittima Eleonora Palmieri protesta: cellulare sequestrato per le indagini, il legale denuncia uno stress aggiuntivo durante la ricostruzione della tragedia.
Dieci giorni senza telefono, mentre affronta le conseguenze fisiche e psicologiche di una tragedia che le ha segnato la vita: è da qui che nasce la polemica nel caso dell’incendio di Crans-Montana, dove la veterinaria Eleonora Palmieri, 29 anni di Cattolica, è rimasta ustionata al volto durante il rogo della notte di Capodanno.
Il cellulare della giovane è stato sequestrato dalla Procura nell’ambito degli accertamenti tecnici disposti per ricostruire la dinamica dell’incendio che ha provocato decine di vittime e oltre cento feriti. Gli investigatori stanno cercando foto, video, chat e qualsiasi elemento utile a chiarire cosa sia accaduto all’interno del locale Le Constellation prima e durante l’emergenza.
A spiegare la situazione è l’avvocato Piero Venturi, che assiste la giovane: “È da 10 giorni che Eleonora non ha più il suo telefono, la Procura glielo ha sequestrato – come ha fatto con quello di tutte le altre vittime – per recuperare foto e video della strage di Crans-Montana ma lei non ha nessun materiale utile. Sembriamo più indagati che vittime”.
Secondo il legale, la sua assistita non avrebbe avuto il tempo di registrare immagini o contenuti. Durante l’emergenza, infatti, si trovava vicino alle scale ed è stata travolta prima dalla folla e poi dal fumo.
Il sequestro dei dispositivi riguarda tutte le persone coinvolte, con l’obiettivo di effettuare un’estrazione forense dei dati. La Procura generale di Roma ha già comunicato la data in cui verrà nominato un tecnico incaricato di analizzare il contenuto dei telefoni.
L’avvocato Venturi ha presentato un’istanza per ottenere la restituzione del dispositivo della sua assistita, ma la risposta è stata chiara: il telefono verrà restituito solo al termine degli accertamenti tecnici. Nel frattempo, a Eleonora Palmieri è stata riconsegnata la scheda Sim, ma non l’apparecchio.
Il legale ha evidenziato anche un ulteriore disagio: “Siamo vittime e abbiamo tutta l’intenzione di collaborare, potevano però chiederci di girarci tutto via email qualora avessimo avuto video e foto. La mia assistita è una dottoressa, ha molto materiale sul telefono. È uno stress nello stress”.
Le indagini proseguono parallelamente tra Italia e Svizzera, con l’obiettivo di chiarire ogni dettaglio della tragedia che ha causato la morte di circa quaranta persone. Gli inquirenti stanno analizzando non solo i dispositivi delle vittime, ma anche la struttura del locale e le condizioni di sicurezza presenti al momento dell’incendio.
Nel fascicolo della Procura svizzera sono già presenti fotografie scattate il giorno successivo al rogo, che documentano l’area seminterrata e i punti in cui le fiamme si sono sviluppate e propagate. Tra gli elementi al vaglio c’è anche una porta di servizio trovata chiusa con un chiavistello, davanti alla quale alcune persone avrebbero perso la vita nel tentativo di uscire.
Al momento risultano indagati i gestori del locale, Jacques Moretti e Jessica Moretti, oltre all’attuale responsabile della sicurezza pubblica del Comune, Christophe Balet, e al suo predecessore. Gli accertamenti tecnici sui dispositivi e sulla struttura sono considerati passaggi fondamentali per definire con precisione la dinamica dell’incendio e le eventuali responsabilità.
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