Il caso del piccolo Claudio riapre le polemiche sul Monaldi di Napoli: la famiglia denuncia attese, reparti chiusi e chiede giustizia per i bambini.
Il dolore di una madre riporta sotto i riflettori l’ospedale Monaldi di Napoli, dove nel 2023 il piccolo Claudio Scala è morto poche ore dopo un delicato intervento al cuore, riaccendendo interrogativi sull’organizzazione e sull’assistenza sanitaria.
La vicenda inizia pochi giorni dopo la nascita. Il piccolo Claudio Scala, apparentemente in salute, viene dimesso con una sola indicazione: effettuare un controllo cardiologico per un soffio al cuore. I genitori si rivolgono subito all’ospedale Monaldi di Napoli, struttura considerata un punto di riferimento per le patologie cardiache.
“Appena seppi della necessità di una visita prenotammo subito al Monaldi – racconta la mamma, la signora Lidia Luongo – per noi era un’eccellenza, ci fidavamo di loro”.
Il bambino viene preso in carico e inizialmente seguito con terapia. Con il passare delle settimane, però, le condizioni peggiorano: difficoltà nell’alimentazione, mancato aumento di peso e affaticamento continuo. La madre decide così di anticipare la visita già programmata.
“A Marzo avevo una visita prenotata ma decisi di anticipare, perché mio figlio non lo vedevo bene, non mangiava, non prendeva peso, era continuamente sotto sforzo”.
A quel punto arriva la decisione del ricovero in attesa dell’intervento chirurgico. Durante la degenza, secondo quanto riferito dalla famiglia, emergono i primi timori legati ai tempi di attesa e alla gestione dei pazienti pediatrici.
Secondo il racconto della madre e del legale, l’avvocata Federica Renna, uno degli aspetti più critici riguardava l’organizzazione del reparto. Le liste d’attesa per gli interventi includevano adulti e bambini e, nel periodo del ricovero, la terapia intensiva pediatrica risultava chiusa.
“Io vedevo tante mamme e così capii che a tutte dicevano la stessa cosa, ovvero che bisogna aspettare per operare perché i bambini dovevano crescere. Ma la realtà era che la sala operatoria e la terapia intensiva per i bambini era chiusa”.
Nel frattempo il piccolo contrae due infezioni ospedaliere che aggravano il quadro clinico. Il 26 aprile arriva finalmente la comunicazione dell’intervento, fissato per il 28.
Nei giorni precedenti l’operazione, però, il bambino viene trasferito in una terapia intensiva per adulti.
“Ero scioccata a vederlo in terapia intensiva con gli adulti – racconta la madre – mio figlio piccolissimo, in mezzo a molte persone anziane con problemi respiratori”.
Secondo la famiglia, il personale pediatrico doveva spostarsi tra piani diversi per seguire i piccoli ricoverati, con inevitabili difficoltà organizzative.
Il 28 aprile il piccolo viene operato dal professor Guido Oppido. Alla famiglia viene comunicato che l’intervento è riuscito e che non ci sono problemi. Poche ore dopo, però, arriva una telefonata dall’ospedale.
“Verso le 22:00 ci telefonarono e ci dissero di avvicinarci all’ospedale, io capii subito, da mamma, che forse qualcosa non era andata per il meglio”.
Al loro arrivo, i genitori ricevono la notizia del decesso. Secondo quanto riferito, il bambino avrebbe avuto una crisi improvvisa durante un cambio turno e i tentativi di rianimazione non sarebbero riusciti.
L’avvocata Federica Renna segnala inoltre una presunta lacuna nella documentazione clinica.
“Noi registriamo nella cartella clinica un buco di due ore, dalle 19 alle 21, e questa è una cosa grave”.
A distanza di tre anni, il procedimento giudiziario tra la famiglia Scala e l’ospedale è ancora in corso. La madre continua a chiedere chiarezza, collegando la propria vicenda ad altri casi simili.
“Io chiedo giustizia, per Claudio, per Domenico, e per tutti i bambini, e sono sicura che possiamo ottenerla, perché questi bambini se la meritano”.
This website uses cookies.