A sei anni dall’inizio della pandemia, un saggio su Nature firmato da esperti Sago ribadisce lo spillover zoonotico come ipotesi più probabile, ma non chiude del tutto il capitolo laboratorio.
Sei anni fa il mondo entrava nell’era del Covid-19.
In Italia iniziavano le prime zone rosse tra Codogno e Vo’ Euganeo, mentre scuole, uffici e attività chiudevano in quello che sarebbe diventato il primo lockdown nazionale.
Il virus SARS-CoV-2, emerso ufficialmente a Wuhan nel dicembre 2019, cambiava radicalmente la vita sociale ed economica globale.
Nel frattempo cresceva il dibattito sull’origine della pandemia: trasmissione animale o incidente di laboratorio?
Oggi, a distanza di tempo, la rivista scientifica Nature torna sul tema con un saggio intitolato “Le origini del Covid: cosa sappiamo e cosa no”, firmato da 23 dei 27 membri originari del Scientific Advisory Group for the Origins of Novel Pathogens (SAGO), l’organismo istituito dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2021 per indagare sulle malattie emergenti.
Il documento, parte di un rapporto di 78 pagine consegnato all’Oms, indica come scenario più plausibile quello dello spillover zoonotico, cioè il passaggio del virus dagli animali all’uomo.
Secondo gli autori, il mercato ittico di Huanan a Wuhan avrebbe avuto “un ruolo significativo”.
Il 60% dei primi casi accertati risultava collegato a frequentatori del mercato.
Campioni ambientali positivi sono stati individuati nei banchi e nelle acque di scarico, e la presenza di specie animali come cani procioni, civette delle palme e ratti del bambù rafforza questa ipotesi.
Viene invece esclusa la teoria secondo cui il virus sarebbe stato introdotto tramite merci importate, inclusi prodotti alimentari surgelati.
“Le evidenze scientifiche non supportano questa ipotesi”, si legge nel saggio.
Resta però un punto non del tutto risolto: l’ipotesi dell’incidente di laboratorio.
L’attenzione si concentra sull’Istituto di virologia di Wuhan, primo centro cinese con livello 4 di biosicurezza, idoneo allo studio di agenti altamente pericolosi.
Gli autori citano rapporti di intelligence di vari Paesi, tra cui Stati Uniti e Germania, ma precisano che “nessuno fornisce prove concrete di una violazione” delle procedure tale da dimostrare una fuga accidentale del virus.
Allo stesso tempo, viene evidenziato che “gran parte delle informazioni necessarie per valutare questa ipotesi non è stata messa a disposizione dell’Oms o del Sago”.
Tra i dati mancanti figurano cartelle cliniche del personale e dettagli sui controlli di biosicurezza.
Il rapporto conclude che non esistono prove di manipolazione deliberata del virus.
Tuttavia, l’assenza di informazioni complete rende difficile chiudere definitivamente il capitolo laboratorio.
Gli esperti avvertono che con il passare del tempo sarà sempre più complesso stabilire con certezza l’origine della pandemia, lasciando aperto un interrogativo che, a sei anni di distanza, continua a segnare il dibattito scientifico internazionale.
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