Vittorio Feltri attacca le piazze contro l’intervento in Iran: “Ideologia prima della realtà, si ignora il popolo oppresso e si difende l’indifendibile”.
Secondo Vittorio Feltri, una parte della sinistra italiana avrebbe perso il contatto con la realtà. Nel mirino del giornalista finiscono le manifestazioni organizzate a Roma e Milano contro l’intervento militare che ha portato alla caduta del regime iraniano.
“Si chiama ideologia”, afferma Feltri, spiegando che quando l’ideologia prende il posto dei fatti “accade che si pianga per il dittatore e si ignori il popolo che quel dittatore ha tenuto sotto il tallone per decenni”.
Il riferimento è alle proteste che hanno preso di mira l’Occidente, con cartelli contro Donald Trump e slogan contro l’“imperialismo”. Per Feltri, il cortocircuito è evidente: mentre in Iran migliaia di persone festeggiavano la fine di un potere teocratico segnato da repressione e censura, in Italia si scendeva in piazza contro chi ha contribuito a rovesciare quel sistema.
Nel suo intervento, Feltri richiama la condizione delle donne iraniane, arrestate e punite per la violazione delle rigide norme imposte dal regime. Ricorda le impiccagioni pubbliche, la polizia morale, la repressione delle proteste studentesche.
“Le donne iraniane sono state arrestate, bastonate, incarcerate, violentate, uccise per una ciocca di capelli fuori posto”, sottolinea. E aggiunge che protestare contro chi ha spezzato quella catena rappresenterebbe una contraddizione difficile da spiegare.
Secondo il giornalista, non si può ignorare il contesto precedente. “Si può discutere sull’opportunità politica di un intervento militare. Si può discutere sui rischi, sulle conseguenze, sugli equilibri geopolitici. Quello che non si può fare è fingere che il regime iraniano fosse un modello di civiltà e che la sua fine sia una tragedia”.
L’analisi di Feltri si allarga alla tradizione politica della sinistra radicale italiana. “La sinistra italiana, quella che si autodefinisce antifascista, riesce sempre a schierarsi dalla parte sbagliata della storia quando in gioco ci sono regimi anti-occidentali”, afferma.
Cita precedenti internazionali e individua una costante: l’avversione verso l’Occidente come criterio guida. “L’importante è che il nemico sia Trump. E allora, pur di colpire lui, si finisce per difendere l’indifendibile”.
Nel passaggio finale, il giornalista ribadisce un principio che definisce universale: “Le libertà non sono di destra né di sinistra. Non sono occidentali né orientali. Sono libertà”.
E conclude sostenendo che quando un popolo esulta per la fine di un oppressore, non ci si dovrebbe mettere in lutto per il dittatore, ma guardare alla speranza di chi chiede libertà. Tragedia, secondo Feltri, era prima: per le donne, per i giovani, per chi chiedeva diritti e veniva represso.
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