Vittorio Feltri racconta il dolore mai superato: “Mi disse ‘Diventerai qualcuno’ e poi morì, da allora vivo con quel vuoto”.
Nel suo racconto più intimo, Vittorio Feltri torna all’infanzia e alla perdita del padre, un evento che ha segnato in modo definitivo la sua vita e che ancora oggi, a distanza di decenni, continua a riaffiorare con la stessa intensità, come una ferita mai rimarginata che si riapre ogni volta che sfoglia le vecchie fotografie conservate in casa.
“Quando morì aveva 43 anni e io solamente sei”, scrive, ricordando un’infanzia scandita da regole severe, da una disciplina rigorosa e da un clima familiare poco incline alle manifestazioni di affetto, ma comunque segnato da una presenza paterna solida, autorevole e, dietro l’apparente durezza, profondamente affettuosa.
“Papà era un uomo apparentemente burbero, in realtà era dolce”, racconta, descrivendo una quotidianità fatta di piccoli rituali, come le passeggiate domenicali sulle mura di Bergamo, culminate con un gelato che per un bambino rappresentava una festa, o le regole rigide a tavola, dove parlare mentre si mangiava poteva costare uno schiaffo.
Un equilibrio che si spezza improvvisamente con la malattia.
“Arrivò una bara”, sintetizza, evocando il momento in cui la speranza infantile si scontra con una realtà definitiva e incomprensibile.
Tra i ricordi più dolorosi, Vittorio Feltri rievoca l’ultimo incontro con il padre in ospedale, un momento breve ma destinato a restare inciso nella memoria per tutta la vita, carico di significato e di un’eredità morale che lo accompagnerà negli anni successivi.
“Mi disse una sola parola: ‘Diventerai qualcuno’”, scrive, raccontando quell’istante in cui il padre, ormai consumato dalla malattia, lo osserva e pronuncia quella frase destinata a diventare una sorta di promessa e, allo stesso tempo, di peso interiore.
Subito dopo, il vuoto.
“Un paio d’ore più tardi il babbo era già morto”, aggiunge, descrivendo anche la scena della madre, nascosta dietro una porta, scossa dai singhiozzi, mentre il bambino vaga nel corridoio dell’ospedale senza più punti di riferimento.
Un’immagine che condensa tutto il trauma di una perdita precoce, vissuta senza strumenti per comprenderla davvero.
Nel finale, il racconto si fa ancora più personale e disarmante, con Vittorio Feltri che riflette sul peso che quella perdita ha avuto nel corso della sua vita, influenzando anche il suo percorso scolastico e il rapporto con la famiglia.
“Da allora sono quasi sempre stato il più bravo della classe… per non far piangere mia madre”, scrive, spiegando come il senso di responsabilità sia diventato una risposta al dolore e alla mancanza.
E poi la confessione più dura.
“Non sono diventato qualcuno ma sono uno che ancora soffre se pensa di essere rimasto senza un papà che mi prendesse per mano”.
Una frase che chiude il racconto con una dimensione profondamente umana, in cui il successo o il percorso personale passano in secondo piano rispetto a un’assenza che non ha mai trovato una vera compensazione.
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