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Feltri durissimo sul rogo di Amendolara: “Quattro uomini morti e troppi silenzi”

Vittorio Feltri interviene sul delitto di Amendolara e denuncia sfruttamento, criminalità straniera e silenzi ideologici.

Amendolara, la riflessione di Feltri sul rogo

Il rogo di Amendolara, in Calabria, entra nella riflessione di Vittorio Feltri come uno dei casi di cronaca più brutali degli ultimi tempi. Al centro ci sono uomini bruciati vivi, intrappolati in un veicolo trasformato in una trappola mortale, dopo una vicenda che ha riportato l’attenzione su sfruttamento, violenza e controllo criminale ai danni di persone già fragili.
Feltri parte proprio dalla ferocia dell’episodio, insistendo sulla necessità di non ridurre la vicenda a un fatto di cronaca qualunque. La morte nel fuoco, secondo il giornalista, restituisce una dimensione di orrore che va oltre la violenza improvvisa di una rissa o di un regolamento di conti. Qui, nella sua lettura, emerge una forma estrema di sopraffazione, aggravata dal contesto in cui sarebbero maturati i fatti.
Le testimonianze richiamate nel ragionamento parlano di condizioni di vita e di lavoro durissime, con uomini impiegati nella raccolta di frutta e ortaggi per compensi minimi, talvolta non corrisposti, e costretti a vivere in situazioni indegne. Un quadro che, per Feltri, mostra una forma di sfruttamento capace di sopravvivere dentro zone d’ombra economiche e sociali dove la vulnerabilità diventa terreno di dominio.
Il punto centrale della sua analisi non è soltanto il delitto, ma ciò che il caso di Amendolara svela sul modo in cui una parte del dibattito pubblico interpreta la violenza e assegna, spesso prima dei fatti, ruoli di vittima e colpevole.

Feltri contro le letture ideologiche

Nella lettura di Vittorio Feltri, il caso di Amendolara incrina una narrazione considerata troppo schematica. Il giornalista contesta l’idea secondo cui lo sfruttamento e la violenza debbano essere letti sempre attraverso categorie rigide, dove il responsabile avrebbe un profilo prestabilito e la vittima un altro.
Per Feltri, la realtà dimostra qualcosa di diverso: lo sfruttamento può nascere anche dentro gruppi che condividono origine, lingua o provenienza. “Lo sfruttamento non ha colore della pelle. La crudeltà non ha passaporto. La barbarie non appartiene a una sola cultura”, è il nucleo della sua riflessione.
Il giornalista sottolinea come, quando l’autore di un reato è italiano e la vittima è straniera, il caso venga spesso letto subito attraverso il tema del razzismo e della discriminazione. Quando invece vittime e responsabili appartengono a contesti migratori, secondo Feltri, l’attenzione pubblica tende a diminuire, perché la vicenda risulta meno funzionale agli schemi politici più diffusi.
La sua critica riguarda proprio questo meccanismo selettivo dell’indignazione. La sofferenza delle vittime, sostiene, non dovrebbe dipendere dalla sua utilizzabilità nel confronto ideologico. Un delitto atroce resta tale a prescindere dalla nazionalità di chi lo commette e di chi lo subisce.

Criminalità straniera e dovere dello Stato

Un altro passaggio centrale dell’intervento di Feltri riguarda la presenza, sul territorio nazionale, di organizzazioni criminali straniere strutturate. Il giornalista invita a non considerare il tema un tabù, sostenendo che riconoscere l’esistenza di reti criminali straniere non significhi colpire intere popolazioni o alimentare pregiudizi, ma guardare a un fenomeno reale.
Secondo Feltri, accanto alle mafie storicamente presenti in Italia, esistono gruppi criminali nigeriani, cinesi, balcanici, pakistani e di altre nazionalità, capaci di esercitare controllo economico e sociale su persone vulnerabili, spesso all’interno dei rispettivi contesti di appartenenza.
Il dovere dello Stato, nella sua analisi, è proteggere chi vive legalmente in Italia, qualunque sia la provenienza, e reprimere ogni forma di schiavitù moderna. Campagne, quartieri e settori economici non possono diventare spazi lasciati alla forza di gruppi criminali che sfruttano il bisogno, il lavoro nero e la paura.
Il caso di Amendolara, per Feltri, dovrebbe quindi essere ricordato come un monito. Non una vicenda da archiviare in fretta, ma una tragedia da guardare senza filtri ideologici. Quelle vittime meritano giustizia non perché rientrano in una narrazione politica, ma perché sono uomini morti in modo atroce dentro un sistema di violenza e sfruttamento.
La conclusione del ragionamento è netta: la realtà va osservata per ciò che mostra, anche quando contraddice slogan, automatismi e categorie precostituite. Prima vengono i fatti, poi le interpretazioni. In una tragedia come quella di Amendolara, ignorare questa regola significherebbe tradire ancora una volta le vittime.

Published by
Emanuele Larocca

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