Marco Poggi parla del delitto di Garlasco, difende il ricordo di Chiara e torna sulle indagini su Sempio, Stasi e l’impronta 33.
Per quasi diciannove anni Marco Poggi è rimasto lontano dalle telecamere, mentre il nome della sorella Chiara Poggi continuava a essere trascinato dentro ricostruzioni, sospetti e nuove piste investigative. Ora il fratello della giovane uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di Garlasco ha deciso di parlare, spiegando di voler mettere un punto alle allusioni che negli ultimi mesi hanno coinvolto anche la sua figura.
Nel corso dell’intervista a Quarto Grado, Marco Poggi ha raccontato il peso di un anno segnato dalla riapertura delle indagini su Andrea Sempio, amico di famiglia e oggi nuovamente al centro dell’inchiesta della Procura di Pavia. “Ho pensato di parlare per mettere fine a tutte le allusioni e misteri sulla mia figura”, ha detto, chiarendo di non aver mai accettato l’esposizione mediatica sulla sorella.
Il passaggio più duro riguarda le ipotesi circolate su di lui, considerate dolorose e prive di fondamento. “Si è giocato per un anno sulla morte e sulla vita di Chiara. Essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara mi ha fatto male. Chi indagava poteva smorzare alcune piste. Le cose che mi hanno ferito di più è quelle che hanno rovinato Chiara e il suo ricordo”.
Marco Poggi ha respinto anche le ricostruzioni più estreme, comprese quelle su presunti giri di droga o segreti scoperti dalla Poggi prima dell’omicidio. “Mai avuto problemi di droga, mai provata cocaina. Siamo nella fantasia. Ci sarà sempre qualcuno che si inventa qualcosa. Ho sempre pensato che chi indagava poteva smorzare alcune piste, non solo la mia. Le piste con cui si è giocato per un anno sulla vita e la morte di Chiara. La cosa che mi ha ferito di più è che è stato rovinato il ricordo di mia sorella”.
Uno dei passaggi centrali dell’intervista riguarda l’impronta 33, rinvenuta sulla parete destra delle scale interne della villetta di Garlasco, nella zona in cui fu trovato il corpo di Chiara Poggi. Negli ultimi mesi quell’impronta è stata attribuita ad Andrea Sempio, elemento che ha riacceso il confronto sulle nuove indagini e sulla ricostruzione del delitto.
Marco Poggi ha spiegato che gli investigatori gli hanno chiesto quali ambienti della casa frequentasse con gli amici. Le scale interne, ha chiarito, conducevano a una cantina usata anche come magazzino, dove si trovavano giochi in scatola e altri oggetti. Per questo, secondo il suo racconto, non sarebbe impossibile che qualcuno fosse passato da quella zona della casa.
Poi il dettaglio che ha alimentato nuove domande. “Mi hanno detto che era di Andrea Sempio. Nella foto quella impronta era rossa tanto che ricordo di essere uscito da quel sit pensando che ci fosse del sangue. Poi ho capito che quel rosso non era sangue. Se fosse insanguinata diventa difficile da spiegare”.
Sul rapporto con Andrea Sempio, Marco Poggi ha ribadito la propria posizione. “Sono convinto che Andrea Sempio sia innocente. Non era il messaggio che volevo far passare. Se avessi trovato qualcosa per scagionare Stasi lo avrei presentato. Siamo i primi a voler mettere un punto su quanto accaduto, siamo stanchi di fare sempre gli stessi pensieri”.
Il fratello della Poggi ha parlato anche delle intercettazioni subite dalla famiglia, sostenendo di poter comprendere quelle disposte nei suoi confronti, ma non quelle sui genitori. “Posso capire le intercettazioni nel mio caso. Mi hanno sempre sentito per qualcosa di importante, come l’impronta 33. Sui miei si poteva evitare. In queste indagini ci hanno sempre tenuti da parte, ci hanno preso il DNA di nascosto. Siamo stati tenuti in disparte, ci ha amareggiato. Pensavo che all’apertura delle indagini, prima che la notizia diventasse pubblica, ci convocassero per informarci. Penso che sarebbe stata una questione di rispetto”.
Il nodo più delicato resta il rapporto tra la sentenza definitiva contro Alberto Stasi e le nuove indagini su Andrea Sempio. Marco Poggi ha spiegato di non aver cambiato idea sulla condanna dell’ex fidanzato della sorella, sostenendo che la famiglia ha seguito tutte le udienze e ha maturato una convinzione nel tempo.
“Non è che non vogliamo cambiare idea. La convinzione su Alberto Stasi come colpevole è che noi abbiamo assistito a tutte le udienze del processo. Ci hanno convinto in maniera definitiva. All’inizio ho pensato che lui era innocente, Chiara aveva lui come persona più vicina. Era la persona che le mostrava affetto. Era una persona che non volevo fosse l’assassino. Leggendo le motivazioni della carcerazione ho capito che nelle sue dichiarazioni tante cose non tornavano”.
Nell’intervista sono stati affrontati anche i presunti video intimi tra Chiara Poggi e Alberto Stasi, citati nelle carte dell’inchiesta. Marco Poggi ha escluso di averli visti e ha definito assurde alcune ipotesi investigative legate a un possibile movente sessuale attribuito a Sempio. “Chiara mi avrebbe chiamato per raccontarmi di eventuali molestie di un mio amico. O mi sarei aspettato che lo avrebbe fatto a qualcuno che in quei giorni le stava vicino come Alberto Stasi o a mia cugina Stefania Cappa. Se qualcuno veramente la stava importunando lo avrebbe fatto sapere a qualcuno”.
Sul giorno dell’omicidio, Marco Poggi ha ricordato la vacanza in montagna con i genitori, la notizia ricevuta al rifugio e il ritorno improvviso verso Garlasco. “In un primo momento pensavamo a un ladro. In caserma ho visto passare Alberto Stasi. I carabinieri hanno fatto domande alla nostra famiglia. Siamo stati 8 mesi a casa della nonna. Le luci accese sospette il giorno dell’omicidio? C’eravamo noi”.
La famiglia Poggi resta dunque al centro di una vicenda giudiziaria che continua a produrre nuovi atti, nuove verifiche e nuove tensioni pubbliche. Marco Poggi ha chiesto che il ricordo della sorella venga lasciato fuori dalle ricostruzioni prive di riscontro, mentre la Procura di Pavia prosegue gli accertamenti sulle nuove ipotesi investigative.
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