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Kasia Smutniak sui migranti: “Aiutare sta diventando un crimine in tutto il mondo”

Kasia Smutniak racconta il confine tra Polonia e Bielorussia e il prezzo pagato da chi soccorre i migranti.

Kasia Smutniak e il confine militarizzato tra Polonia e Bielorussia

Kasia Smutniak porta al centro del dibattito il tema della solidarietà criminalizzata lungo le frontiere europee. Ospite di Scanner Live, il programma di approfondimento politico condotto da Valerio Nicolosi per Fanpage.it, l’attrice e regista ha raccontato la sua esperienza al confine tra Polonia e Bielorussia, una delle aree rese più dure dalle politiche di controllo dell’Unione europea.
Il racconto nasce dal documentario Mur, dedicato proprio a quella frontiera e alle persone che, davanti ai migranti bloccati nei boschi, scelgono di intervenire invece di voltarsi dall’altra parte. “Noi quando pensiamo agli attivisti pensiamo alle persone che lo fanno per scelta, ma la maggior parte delle persone comuni, semplicemente decidono di non voltare lo sguardo e fanno quel che possono”.
La domanda centrale posta da Nicolosi riguarda la criminalizzazione della solidarietà anche in Polonia. La risposta di Smutniak è netta: “Certo, avviene in tutto il mondo. Quello che ho scoperto durante tutta questa esperienza è che si sottovaluta la questione della memoria che verrà tramandata, per generazioni e generazioni, e non necessariamente in via diretta. Anche i luoghi hanno una memoria, non solo le persone”.
Per la regista, il confine non è soltanto una linea geografica, ma uno spazio che conserva ciò che accade: paura, soccorsi mancati, scelte individuali, responsabilità e silenzi. È dentro questa dimensione che prende forma il suo lavoro, costruito attorno alle vite di chi ha deciso di aiutare.

Il prezzo pagato da chi sceglie di aiutare i migranti

Nel corso dell’intervista, Kasia Smutniak ha raccontato anche la reazione dell’amica Zehra Doğan, artista e giornalista curda perseguitata dal governo turco. La regista le ha mostrato Mur e ha spiegato perché quella visione l’abbia colpita in modo particolare.
“È una donna che è stata in carcere in Turchia due anni e nove mesi per terrorismo, perché ha fatto un dipinto che non è piaciuto al governo”, ha ricordato Smutniak. La reazione dell’artista, però, non riguardava soltanto le rotte migratorie o la durezza della frontiera. “Non posso scordarmi la sua reazione, che è stata molto forte. Non perché avesse scoperto qualcosa di nuovo riguardo alle rotte migratorie, ma perché mi ha detto che non aveva preso in considerazione il prezzo che pagano le persone comuni nel prendere una decisione: se agire o no, se essere parte attiva, se voltare lo sguardo oppure dedicare… quella è una scelta precisa”.
Per Smutniak, davanti alle tragedie che si consumano alle frontiere esistono tre possibilità. La prima è ignorare ciò che accade e provare a vivere meglio. La seconda è guardare ogni tanto, cercando un equilibrio personale. La terza è la più difficile: agire perché non si riesce a fare diversamente.
“Le opzioni sono, forse, tre. La prima è girare lo sguardo altrove e forse vivere meglio. La seconda possibilità è dare un’occhiata ogni tanto, ma cercare una sorta di bilanciamento. La terza invece è quella più difficile: fare qualcosa perché non puoi farne a meno, perché senti che è coerente con quello che sei tu e il prezzo di questa cosa non conta più”.
È in questa scelta, secondo la regista, che nasce il vero attivismo. “Questi sono gli attivisti, queste sono le persone che scelgono di fare qualcosa attivamente”.

I “marinai” del bosco e la speranza trovata al confine

Nel documentario compaiono persone comuni finite al centro di una responsabilità enorme. Smutniak cita Marius, soprannominato “l’uomo dei boschi”, tra gli attivisti che continuano a portare soccorso ai migranti bloccati lungo il confine. “Il suo prezzo da pagare è stato enorme, il lavoro e la famiglia. Tra l’altro Marius è padre di due figli e l’attivismo, o quel modo di vivere, è diventata la sua vita”.
C’è poi Sosha, che coordinava i soccorsi a distanza. “Il suo numero era il primo numero di emergenza quando le persone si trovavano nel bosco. La responsabilità di questa ragazza comune che è entrata nell’attivismo per curiosità e ora si è trovata ad essere il numero d’emergenza…Non dormiva più”.
Un’altra storia è quella di Jacob, studioso di lingua araba, che ha lasciato gli studi e si è trasferito al confine per aiutare come traduttore. “Ha mollato gli studi, ha mollato tutto quello che stava facendo, si è trasferito al confine, è rimasto per otto mesi”.
Nel dialogo con Nicolosi, il confronto si allarga anche al Mediterraneo e alla cosiddetta legge del mare, il principio che impone di soccorrere chi rischia di annegare prima di ogni altra distinzione. Nel bosco tra Polonia e Bielorussia, osserva Smutniak, quella regola non esiste. Eppure la regista racconta di aver trovato persone capaci di comportarsi con lo stesso istinto morale.
“Io ho trovato i miei marinai, pochi, ma a me è bastato sapere che esistono”, afferma. “Che esistono le persone che, nonostante tutto, nonostante la paura delle conseguenze, la paura di trovarsi in quel bosco, perché fa paura, lo fanno lo stesso”.
Da queste persone, conclude Smutniak, nasce una forma concreta di speranza. “Invece di perdere la speranza nel futuro, nell’essere umano, io l’ho acquisita grazie a queste persone”.

Published by
Emanuele Larocca

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