Vittorio Feltri difende don Coluccia e attacca una Chiesa troppo ferma davanti a droga, criminalità e degrado nelle periferie.
Vittorio Feltri dedica un editoriale durissimo a don Antonio Coluccia, il sacerdote salentino impegnato nelle periferie di Roma contro spaccio, criminalità e occupazioni abusive. Il giornalista lo presenta come l’opposto di una Chiesa chiusa nelle sacrestie, lontana dalle strade e incapace di affrontare i luoghi dove il disagio sociale si trasforma ogni giorno in paura, sopraffazione e illegalità. Per Feltri, don Coluccia rappresenta il modello di un prete che non si limita ai sermoni, ma entra direttamente nei quartieri più difficili, con il megafono, il fischietto e una presenza fisica che diventa presidio religioso e civile. Il punto centrale dell’intervento è netto: davanti al degrado urbano, alle piazze di spaccio e alle periferie dimenticate, non bastano parole prudenti o cerimonie rassicuranti.
Nel racconto di Feltri, le “passeggiate della legalità” di don Coluccia diventano il simbolo di una battaglia condotta senza arretrare. Il sacerdote si muove in quartieri come il Quarticciolo e Tor Cervara, dove la presenza degli spacciatori e le occupazioni abusive segnano la vita quotidiana dei residenti. Non si tratta di iniziative simboliche, ma di presidi che lo hanno esposto a minacce, insulti, aggressioni e intimidazioni. Feltri ricorda che il sacerdote è diventato un bersaglio per chi controlla le strade, al punto da finire sotto scorta dopo episodi di violenza e tentativi di aggressione. “Non c’è rischio senza vangelo né vangelo senza rischio”, è la frase di don Coluccia che sintetizza una scelta radicale: portare la fede dove la legalità arretra e dove molti preferiscono non entrare.
L’editoriale si allarga poi a una critica severa contro una parte della Chiesa percepita come troppo prudente, burocratica e distante dalle ferite reali delle città. Feltri richiama figure religiose che, nella sua visione, hanno saputo incidere nella vita delle persone: monsignor Angelo Meli, don Maurizio Patriciello a Caivano, don Camillo di Guareschi, fra Cristoforo dei Promessi sposi e don Luigi Giussani. Il filo che li unisce è la capacità di vivere la vocazione come intervento concreto, non come semplice funzione liturgica. Don Coluccia, secondo Feltri, appartiene a questa categoria di sacerdoti che non aspettano il disagio dietro una scrivania, ma lo affrontano nei cortili, nei palazzi occupati, nelle strade segnate dalla droga e dalla paura. “La capitale si commuove ma non si muove”, dice don Coluccia, frase che diventa il centro dell’accusa: le città osservano, commentano, si indignano, ma spesso non intervengono. Per questo Feltri chiede una Chiesa capace di svegliarsi dal torpore e di mandare più preti nelle periferie, nelle scuole e nei quartieri dove la presenza dello Stato e delle istituzioni appare più fragile.
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