Makka Sulaeva è stata assolta in appello per legittima difesa dopo la morte del padre violento a Nizza Monferrato.
Makka Sulaeva, oggi 20 anni, è stata assolta dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino per la morte del padre Akhyad Sulaev, ucciso il 1 marzo 2024 a Nizza Monferrato durante un’aggressione alla madre. I giudici hanno ribaltato la condanna di primo grado a 9 anni e 4 mesi, riconoscendo la legittima difesa. La sentenza chiude una lunga fase giudiziaria, ma non cancella il peso di quella notte. La giovane continua a vivere nella stessa casa in cui tutto è accaduto e rifiuta l’idea che la sua storia possa essere letta come un invito alla giustizia personale. “Non voglio che la mia storia diventi un esempio. Non deve passare il concetto che ci si può fare giustizia da soli”, ha detto dopo l’assoluzione.
Il luogo dell’aggressione è ancora lì, dentro la casa che Makka ha scelto di non lasciare. “È successo tutto lì”, ha raccontato indicando il corridoio dove la sua vita è cambiata per sempre. Dopo il ritorno ai domiciliari, anche i gesti più normali erano diventati difficili. “Non riuscivo a utilizzarli neanche per mangiare. Quando sono tornata qui continuavo a rivedere tutta la scena. In camera mia, all’inizio, non riuscivo a dormire”.
La madre le aveva proposto di trasferirsi altrove, ma Makka Sulaeva ha scelto di restare. “Volevo restare per affrontare quello che è successo e provare a superarlo senza fuggire”. La casa, nel tempo, è cambiata: alcuni mobili sono stati tolti, gli spazi sono stati modificati, ma il ricordo resta. “Questa assoluzione non cancella il passato. È un macigno che mi porterò sempre addosso”.
Proprio per questo la giovane respinge ogni lettura semplificata della sua vicenda. “La giustizia fai da te non è mai una buona cosa. Lo provo sulla mia pelle: alla fine ti trovi a doverti tenere tutto dentro, a conviverci ogni giorno, ed è terribile”. Per Makka, il punto non è trasformare il suo caso in un modello, ma capire fino in fondo il contesto di violenza in cui un gesto estremo può maturare. “La giustizia è uguale per tutti, ma bisogna capire il vissuto profondo di una persona”.
Dopo la sentenza, non ci sono stati festeggiamenti. Makka ha dormito, poi ha riabbracciato la madre, i fratelli e le sue due gatte, Patatina e Birichina. Proprio Patatina, arrivata quando la ragazza era ai domiciliari, ha avuto un ruolo importante nel suo percorso emotivo. “Prendermi cura di una creatura così piccola mi ha aiutata a rinascere”. Il mattino dopo l’assoluzione, la gattina si è accoccolata sulla stessa maglietta che Makka indossava quando l’aveva ricevuta. “L’ho colto come un segno”.
La sentenza d’appello ha dato a Makka Sulaeva soprattutto una sensazione che cercava da tempo: essere stata ascoltata. “Mi sono sentita compresa dai giudici. Ho percepito che avevano studiato il fascicolo con un’attenzione immensa”. La giovane ha spiegato che, davanti a quell’attenzione, avrebbe accettato anche una decisione diversa. “Ho visto un’accuratezza che non avevo notato prima”.
In queste ore sono arrivati molti messaggi da amici, compagni di scuola e insegnanti. Nizza Monferrato le ha mostrato vicinanza, ma resta anche la paura del giudizio. “Temo che qualcuno dica che ho raccontato cose non vere, nonostante tutte le prove. Succede spesso quando si parla di violenza”. Tra le storie che più l’hanno colpita c’è quella di Alex Cotoia, assolto dopo aver ucciso il patrigno violento. “Vorrei tanto incontrarlo. Credo che le nostre storie abbiano punti in comune. Vorrei guardarlo negli occhi e dirgli che lo capisco”.
Quando parla della sua vicenda, Makka non pensa soltanto a sé stessa. “Siamo tutti vittime, in questa storia. Mia madre, così come la madre di Alex Cotoia, sono le vittime principali. Poi ci siamo noi figli, che ci siamo trovati a fare da scudo”. Nata in Cecenia, conserva pochi ricordi del Paese d’origine, ma dopo la diffusione della sua storia ha ricevuto anche messaggi ostili. “Una donna che si ribella non si vede mai laggiù. La gente confonde cultura e religione”. Poi precisa: “Mio padre non era violento per la religione. Era semplicemente un uomo violento”.
Ora il primo obiettivo è la maturità, con la matematica da recuperare e un futuro ancora da scegliere. Da bambina sognava medicina, oggi pensa anche a Giurisprudenza, dopo anni passati tra tribunali, avvocati e giudici. Il primo viaggio, però, ha già una meta chiara. “Vorrei vedere il mare. Lo farò dopo l’esame di maturità e stringendo la mano di mia madre”. Anche sull’amore, dopo anni difficili, lascia aperta una possibilità. “I miei compagni di scuola e tante persone mi hanno ripetuto una cosa importante: che le azioni di mio padre non definiscono tutti gli uomini. Questo mi dà speranza”. Poi aggiunge: “Io non posso dimenticare. Ma spero che un giorno la mia vita possa andare avanti. E spero anche di innamorarmi”.
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