Vittorio Feltri torna su Silvio Berlusconi dopo l’archiviazione sulle stragi del 1993 e collega il caso alla grazia Minetti.
Vittorio Feltri torna a parlare di Silvio Berlusconi nel giorno in cui il nome dell’ex presidente del Consiglio rientra al centro della scena pubblica per due vicende diverse: l’archiviazione a Firenze dell’inchiesta sulle stragi del 1993 e il caso della grazia concessa a Nicole Minetti. Il direttore editoriale del Giornale usa toni netti per sostenere che l’ex leader di Forza Italia, morto il 12 giugno 2023, continui a essere presente nel confronto politico e giudiziario italiano anche dopo la sua scomparsa.
Per Feltri, la nuova archiviazione dell’inchiesta sulle stragi del 1993 conferma una lettura precisa: Berlusconi resta un protagonista anche quando non può più intervenire, difendersi o replicare. Il giornalista parte da una immagine molto forte, quella delle “vite” attribuite all’ex premier, più volte dato politicamente finito e poi tornato al centro della scena.
“Avevamo sbagliato il conto. Dicevamo che Silvio Berlusconi aveva sette vite, e i più generosi gliene attribuivano nove come ai gatti”, scrive Feltri, prima di aggiungere che l’ex presidente ne avrebbe avuta “una in più, la decima, ed è quella che non si conta perché è eterna”.
Il riferimento non è religioso, ma politico e mediatico. Feltri parla infatti dell’“aldiquà”, sostenendo che Berlusconi continui a vivere nelle discussioni pubbliche, nelle polemiche e nelle vicende che ancora lo richiamano.
Il passaggio centrale riguarda la decisione della gip di Firenze, che ha archiviato l’accusa nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come presunti mandanti esterni delle stragi del 1993. Si tratta delle bombe che colpirono Firenze, Milano e Roma dopo le uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Feltri insiste soprattutto sul numero delle archiviazioni, definendolo un dato impossibile da ignorare. Per il giornalista, l’archiviazione non equivale a una celebrazione pubblica o a una assoluzione simbolica, ma indica che per la giustizia non ci sono elementi sufficienti per proseguire su quella pista.
Il punto più duro riguarda il fatto che il nome di Berlusconi, morto da tre anni, sia rimasto comunque dentro un fascicolo giudiziario. Feltri sottolinea che, con la morte dell’indagato, il reato si estingue, e osserva con tono polemico che un morto non può essere processato né assolto.
Da qui nasce una delle immagini più forti del suo intervento: Berlusconi, sostiene il giornalista, non sarebbe mai diventato davvero un “cadavere” nel senso pubblico del termine, perché continua a produrre reazioni, prese di posizione e contrapposizioni.
Nel ragionamento di Feltri entra anche il caso della grazia concessa dal presidente Sergio Mattarella a Nicole Minetti, motivata da ragioni umanitarie legate alla necessità di assistere un minore. La vicenda, secondo il giornalista, sarebbe stata subito riportata dentro il perimetro del berlusconismo, nonostante riguardi direttamente l’ex consigliera regionale.
Minetti era stata coinvolta nei processi legati al Rubygate, mentre Berlusconi era stato assolto fino in Cassazione. Per Feltri, tuttavia, il solo collegamento con quella stagione politica è bastato a trasformare un atto di clemenza in un nuovo terreno di scontro attorno alla figura dell’ex premier.
Il giornalista parla anche del funerale del 14 giugno 2023 davanti al Duomo di Milano, ricordandolo come un momento di forte partecipazione pubblica. Secondo la sua lettura, Berlusconi continua a dividere perché non è mai uscito davvero dalla memoria politica del Paese: resta amato, detestato, evocato e discusso.
Nel finale, Feltri richiama il testamento politico dell’ex premier e la frase rivolta alla figlia Marina Berlusconi: “Vedi Marina, la vita è così. Fai, fai. E poi vai”. Una frase che il giornalista usa per chiudere il suo ritratto: Berlusconi, a suo giudizio, avrebbe continuato a “fare” fino all’ultimo, ma non sarebbe mai riuscito davvero ad andarsene dalla scena italiana.
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