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Giannini critica la grazia a Minetti: “Non l’avrei concessa”

Massimo Giannini interviene sulla grazia a Nicole Minetti e riapre il confronto politico sull’eredità del berlusconismo.

La grazia concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Nicole Minetti riporta il caso Ruby al centro del confronto politico e televisivo. A intervenire è Massimo Giannini, ospite di In altre parole, il programma condotto da Massimo Gramellini su La7. Il giornalista ha espresso forti riserve sulla decisione del Quirinale, spiegando che, pur nel rispetto dell’istituzione, lui non avrebbe firmato quel provvedimento.

Il caso riguarda l’ex consigliera regionale lombarda, condannata nell’ambito del processo Ruby. La decisione di concedere la grazia a Nicole Minetti viene letta da Giannini non solo come un atto giuridico, ma anche come un passaggio simbolico legato alla lunga ombra politica e culturale lasciata da Silvio Berlusconi.

Grazia a Nicole Minetti, la critica di Giannini

Nel suo intervento, Massimo Giannini parte da una riflessione più ampia sul berlusconismo e sul suo peso nella storia recente del Paese. Il giornalista richiama Piero Gobetti e il suo giudizio sul fascismo per proporre un parallelo con la stagione politica del Cavaliere.

Intanto una notazione di carattere generale: come Piero Gobetti diceva del fascismo che è un’autobiografia della nazione, il berlusconismo lo è altrettanto”, dichiara Giannini.

Poi aggiunge una frase destinata a segnare il tono dell’intervento: “È quasi il morto che afferra il vivo: il Cavaliere non c’è più, ma rivive e rispunta fuori in ogni angolo della nostra vicenda politica e non solo politica. E Minetti ne è l’esempio più evidente”.

Il riferimento è alla capacità del berlusconismo di rimanere presente nel dibattito pubblico anche dopo la morte di Silvio Berlusconi. Per Giannini, il caso Minetti diventa così un esempio della persistenza di quella stagione e dei suoi effetti sulla politica italiana.

Il rispetto per Mattarella e il dissenso sul provvedimento

Prima di entrare nel merito della grazia, Giannini tiene a distinguere la sua critica dal giudizio sull’istituzione presidenziale. “Con tutto il rispetto per l’istituzione, è meno male che Sergio Mattarella c’è, non dobbiamo mai smettere di ripeterlo”.

Subito dopo, però, arriva la presa di distanza: “La grazia a Nicole Minetti non l’avrei concessa”.

Il giornalista chiarisce che il suo dissenso non nasce da una valutazione personale su Nicole Minetti né dal ruolo avuto dall’ex consigliera nella stagione legata al caso Ruby. “Non perché è Nicole Minetti ed è espressione della stagione che abbiamo imparato a conoscere drammaticamente: Ruby Rubacuori, nipote di Mubarak, bunga bunga e tutto quel che sappiamo”.

Il punto, secondo Giannini, riguarda il criterio utilizzato per arrivare al provvedimento. Il giornalista si interroga sulle tante persone che potrebbero trovarsi in condizioni familiari simili senza però avere la stessa visibilità o le stesse possibilità di arrivare all’attenzione del Quirinale.

Onestamente mi sono sempre chiesto quante altre persone sono nella sua stessa condizione dal punto di vista familiare”, afferma.

La pena alternativa e il nodo politico del caso

Nel ragionamento di Giannini entra poi un altro aspetto: Nicole Minetti, sottolinea il giornalista, non avrebbe scontato giorni di carcere in senso stretto. La pena residua riguardava l’affidamento in prova ai servizi sociali, cioè una misura alternativa prevista dall’ordinamento.

Minetti non ha fatto un solo giorno di carcere. Lei, tutto al più, avrebbe dovuto scontare una pena che era l’affidamento in prova ai servizi sociali”, dice Giannini.

Secondo questa lettura, proprio la natura della misura alternativa renderebbe meno comprensibile la scelta della grazia. L’affidamento in prova ai servizi sociali è infatti pensato per conciliare l’esecuzione della pena con specifiche condizioni personali e familiari del condannato.

La conclusione del giornalista è netta: “Se devo pensare a qualcuno da graziare, credo che ci siano tanti altri personaggi che forse lo meritino di più”.

Il caso, però, non resta confinato al piano giudiziario. La decisione riapre il confronto sulla memoria politica del berlusconismo, sul ruolo del Quirinale e sul significato pubblico di un provvedimento che, pur previsto dall’ordinamento, continua a produrre reazioni contrapposte. Nel ragionamento di Giannini, la figura di Nicole Minetti diventa il punto in cui si incrociano giustizia, televisione, potere e memoria politica della stagione berlusconiana.

Published by
Luca Antonicelli

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