Biopsie scambiate all’Istituto dei Tumori di Milano: una paziente avrebbe ricevuto terapie oncologiche più pesanti del dovuto.
Uno scambio di biopsie all’Istituto nazionale dei Tumori di Milano avrebbe portato una paziente oncologica a ricevere cicli di chemioterapia più pesanti e non necessari rispetto al suo quadro clinico. L’errore, avvenuto a gennaio 2026 e scoperto solo nei giorni scorsi, riguarda due campioni biologici attribuiti in modo errato: uno appartenente a un paziente in condizioni più gravi, l’altro a una donna malata ma con una situazione clinica meno severa. Dopo l’accertamento, la paziente sarebbe stata informata dell’accaduto e, al momento, non risulterebbe in pericolo.
Il caso riguarda una delle strutture più note della sanità lombarda, considerata un centro di riferimento per la diagnosi e la cura dei tumori. Secondo quanto emerso, il primo campione sarebbe stato prelevato da un paziente oncologico grave, che non avrebbe dovuto iniziare nuove terapie ma sottoporsi soltanto a un controllo. Il secondo campione, invece, sarebbe appartenuto a una paziente con una patologia meno avanzata.
La presunta inversione delle provette avrebbe prodotto conseguenze rilevanti sul percorso clinico della donna. A causa dell’errore, la paziente sarebbe stata sottoposta a trattamenti chemioterapici con maggiori effetti collaterali e un indice di rischio più elevato. Solo dopo la scoperta dello scambio sarebbe emerso che quelle cure non erano necessarie per la sua reale condizione.
L’episodio sarebbe stato classificato come evento sentinella, formula utilizzata in ambito sanitario per indicare un fatto particolarmente grave, inatteso e potenzialmente evitabile. La comunicazione sarebbe arrivata tramite una mail indirizzata al Risk management dell’istituto, attivando così le verifiche interne sulla catena di gestione dei campioni e sulle procedure seguite.
L’errore, risalente a gennaio 2026, sarebbe stato individuato soltanto nei giorni scorsi. Una volta chiarita la situazione, la struttura avrebbe informato la paziente, che per il momento non sarebbe in condizioni di pericolo. Resta però il nodo delle terapie già somministrate, dei possibili effetti collaterali subiti e delle conseguenze sul piano clinico, psicologico e legale.
Non è escluso che la donna possa chiedere un risarcimento all’ospedale. La vicenda, infatti, coinvolge un passaggio delicatissimo della medicina oncologica: l’identificazione corretta del campione biologico, dalla quale dipendono diagnosi, terapie e intensità dei trattamenti. In ambito oncologico, la somministrazione delle cure deve seguire protocolli e linee guida precise, costruite sul quadro reale del singolo paziente.
Proprio per questo motivo sarebbe partita anche una segnalazione al ministero della Salute. Il caso è stato portato all’attenzione della direzione generale di Regione Lombardia, che ha chiesto all’Istituto nazionale dei Tumori di Milano una relazione dettagliata sull’accaduto. La richiesta punta a ricostruire la sequenza dei passaggi, individuare eventuali responsabilità e valutare se siano necessarie ulteriori misure organizzative.
La direzione generale dell’Istituto nazionale dei Tumori di Milano si sarebbe scusata per l’accaduto, riconoscendo la gravità dell’episodio. La struttura avrebbe ammesso che “purtroppo il rischio non è mai zero”, pur sottolineando che errori di questo tipo restano inaccettabili, soprattutto quando incidono su percorsi terapeutici complessi e ad alto impatto per i pazienti.
Adesso le verifiche dovranno chiarire come sia stato possibile lo scambio dei campioni e in quale fase della procedura si sia verificata l’anomalia. Sarà necessario capire se l’errore sia dipeso da un singolo passaggio operativo, da un problema nella tracciabilità delle provette o da una falla nei controlli interni.
La vicenda potrebbe avere sviluppi anche sul piano amministrativo e gestionale. Oltre all’eventuale individuazione di un responsabile diretto, bisognerà comprendere se ci saranno ripercussioni più ampie all’interno dell’ospedale e se verranno introdotte nuove procedure per rafforzare la sicurezza nella gestione dei campioni. Il caso resta particolarmente delicato perché coinvolge una paziente oncologica, un trattamento invasivo e una struttura sanitaria di riferimento nazionale.
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