AUGUSTO MINZOLINI POLITICO
Secondo Augusto Minzolini, lo scontro tra Trump e Meloni nasce dalla crisi della politica estera americana.
Le parole pronunciate da Donald Trump contro Giorgia Meloni non sarebbero solo uno sgarbo istituzionale verso la presidente del Consiglio italiana, ma il segnale di una difficoltà politica più profonda. È questa la lettura di Augusto Minzolini, che collega l’uscita del presidente degli Stati Uniti alla frustrazione per i risultati della sua politica estera, tra guerra in Ucraina, crisi in Medio Oriente, rapporti con l’Europa e tensioni con Iran, Russia e Cina. Secondo l’analisi dell’ex direttore, Meloni farebbe bene a mantenere il dialogo con Washington, ma senza dimenticare che la sua collocazione naturale resta dentro l’Unione Europea.
Per Augusto Minzolini, l’attacco di Donald Trump a Giorgia Meloni va letto oltre il livello personale. L’ex direttore parla di “parole insensate” e individua uno stato d’animo preciso dietro l’uscita del presidente americano: la frustrazione. Non si tratterebbe soltanto di una violazione del galateo diplomatico, né solo di una mancanza di rispetto verso una leader che rappresenta un altro Paese.
Il punto, nella sua ricostruzione, è politico: Trump starebbe scaricando sugli alleati europei il peso di una linea internazionale che non ha prodotto i risultati promessi, dall’Ucraina al Medio Oriente. La premier italiana, diventata in questi anni uno degli interlocutori europei più rilevanti per gli Stati Uniti, finirebbe così dentro uno scontro più ampio, che riguarda il peso dell’Europa e il ruolo dell’Occidente.
Secondo Minzolini, l’attuale inquilino della Casa Bianca avrebbe ormai abituato alle uscite fuori protocollo, ma il caso Meloni avrebbe un valore diverso perché arriva in una fase in cui la politica estera americana mostra crepe evidenti.
Nell’analisi di Minzolini, i due dossier centrali sono la guerra in Ucraina e la crisi in Medio Oriente. Sul primo fronte, Volodymyr Zelensky, che secondo Trump “non aveva le carte”, avrebbe invece dimostrato capacità di resistenza anche grazie al sostegno europeo. L’Ucraina, dotandosi di armi proprie per colpire il territorio russo, avrebbe aggirato il divieto americano sull’uso di armamenti forniti da Washington per quegli obiettivi, mettendo Vladimir Putin davanti ai costi reali del conflitto.
Sul fronte mediorientale, invece, Trump non sarebbe ancora riuscito a ottenere un’intesa con gli ayatollah. Per molti osservatori, nella lettura di Minzolini, questa situazione appare come una mezza sconfitta, aggravata dal ruolo di Benjamin Netanyahu, che sarebbe pronto a sabotare ogni possibile apertura diplomatica.
L’ex direttore sottolinea anche un altro passaggio: Trump, mentre mantiene toni accomodanti con Putin e Xi Jinping, avrebbe scelto di prendersela con gli europei, accusandoli di non averlo seguito in una linea che, secondo questa interpretazione, avrebbe rafforzato il regime iraniano, colpito l’opposizione interna e comportato un costo pesante per le casse americane.
Il cuore del ragionamento di Augusto Minzolini riguarda il rapporto tra Stati Uniti ed Europa. Trump, secondo questa lettura, avrebbe rimosso un dato storico: se l’Europa senza gli Stati Uniti conta meno, anche gli Stati Uniti senza l’Europa perdono forza e capacità di incidere. È un equilibrio che ha segnato un secolo di storia occidentale e che non può essere ignorato nel nuovo ordine mondiale.
Da qui il giudizio sul limite della linea trumpiana, dai dazi alla Groenlandia, fino alla crisi iraniana. Più che ripetere il motto MAGA, “fare l’America ancora grande”, Trump dovrebbe puntare a un obiettivo più largo: “fare l’Occidente ancora grande”.
Il consiglio finale è rivolto direttamente a Giorgia Meloni. La premier, secondo Minzolini, fa bene a cercare un dialogo con l’America di oggi, ma deve farlo nella consapevolezza che la sua vera casa politica e strategica è l’Europa. Fuori dall’Unione Europea, l’Italia rischierebbe di restare sola.
La chiusura è invece indirizzata allo staff della Casa Bianca, con una formula tagliente: “togliete il telefono a The Donald”. Una frase che riassume il giudizio severo di Minzolini sull’attacco a Meloni e sulla gestione politica della comunicazione da parte del presidente americano.
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