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Matteo morto a 24 anni in ospedale, lo strazio dei genitori: «Ucciso da chi lo curava»

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Si chiamava Matteo Claudio Russo, ma tutti a Santa Maria Capua Vetere e a San Prisco lo conoscevano come Matteo. Era un volontario della Croce Rossa, «un ragazzo perbene e felice» di 24 anni, lo ricordano ancora amici e parenti. È morto il primo giorno di marzo del 2014, fra stenti e dolori, in un letto d’ospedale del San Camillo a Roma. Si ipotizza per malasanità ospedaliera e cattiva gestione del paziente da parte del medico curante di Santa Maria Capua Vetere. Ora, i genitori Patrizia e Claudio chiedono giustizia: «Non vogliamo che accada più una cosa simile ad altri ragazzi e chiediamo che il magistrato di Roma non archivi l’indagine sui medici che noi abbiamo deciso di avviare».

La storia di Matteo è triste, costellata di rassicurazioni inutili da parte dei camici bianchi quando ormai la situazione peggiorava, per Matteo. Il giovane aveva subito un intervento di routine. Tutto, infatti, era iniziato con un ricovero per un intervento chirurgico al legamento crociato anteriore eseguito nel giugno del 2013 alla clinica «San Michele» di Maddaloni. Nelle sue mani, al momento delle dimissioni, Matteo aveva una prescrizione della terapia con Nadroparina calcica per 18 giorni. I medici si difendono dicendo: «Avevamo consigliato l’eparina, non prescritta». Ma una prescrizione c’è. Inoltre, questo tipo di terapia non è normalmente indicata quando la conta piastrinica del paziente sia inferiore a 100.000/mmc. Solo che a Matteo non è stato prescritto alcun prelievo di emocromo per verificare le condizioni delle sue piastrine. Così, qualche giorno dopo, il numero delle piastrine di Matteo è calato a picco. La corsa all’ospedale di Caserta è stata scandita dal terrore per i genitori Patrizia e Claudio che avevano visto presentarsi una serie di aftosi su Matteo. Il medico curante di Santa Maria gli avrebbe consigliato «sciaqui» con bicarbonato. In realtà, solo nell’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano è giunta finalmente la diagnosi, tardiva, di aplasia midollare. E i medici avevano optato per un trapianto da parte di un donatore familiare Hla compatibile. Nel dicembre del 2014, però, Matteo peggiora e viene poi portato al San Camillo di Roma. Nella capitale la situazione diventa complicata perché i medici sospendono un farmaco che sarebbe stato vitale per Matteo. Così, Matteo muore a marzo.

Da allora i genitori del ragazzo combattono una battaglia legale che si scontra con la richiesta di archiviazione da parte del pubblico ministero di Roma Gabriella Fazi. «Non vogliamo che la morte di nostro figlio sia vana, nessuno deve più morire per una negligenza dei medici», spiegano. Accanto a loro, il legale Enrico Monaco che ha già compilato l’opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dell’indagine per tutti i medici, ancora indagati, della clinica San Michele, di Caserta, del San Camillo e del medico curante.

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