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Commissione Covid, Storace sulle consulenze: “Quelle che si chiamano commesse somigliano sempre più a tangenti”

Francesco Storace interviene sulla Commissione Covid e chiede a Giuseppe Conte di chiarire davanti all’organismo parlamentare le accuse emerse.

Francesco Storace interviene sul caso politico legato alla Commissione Covid e sollecita Giuseppe Conte a farsi ascoltare dall’organismo parlamentare d’inchiesta. Al centro ci sono le accuse emerse nelle audizioni su presunte consulenze e somme dirette allo studio legale in cui l’ex presidente del Consiglio aveva lavorato. Conte ha respinto ogni coinvolgimento personale e ha annunciato querele, ma per Storace la risposta più forte dovrebbe essere la disponibilità immediata a chiarire tutto in audizione.

Commissione Covid, Storace chiede chiarezza a Conte

Nel suo intervento, Francesco Storace parte proprio dalla reazione dell’ex premier alle accuse circolate negli ultimi giorni. Il giornalista e politico richiama il dovere di trasparenza, sostenendo che la tradizione del Movimento 5 Stelle abbia sempre fatto di questo principio uno dei propri punti identitari.

“Per carità, tutto può essere. Anche che Giuseppe Conte si trasformi in un incrocio tra Bud Spencer e Terence Hill in «Altrimenti ci arrabbiamo»”, scrive Storace, riferendosi al tono con cui l’ex premier ha annunciato possibili azioni legali.

Il punto, per Storace, non è formulare condanne preventive nei confronti di Conte, ma pretendere chiarimenti su ciò che sta emergendo davanti alla Commissione Covid. “La tradizione dei Cinque stelle invoca trasparenza da sempre. Perché non dovrebbe valere per Giuseppe Conte?”, domanda.

Nel suo ragionamento, Storace precisa di non attribuire automaticamente responsabilità al leader pentastellato. Anzi, scrive: “Sicuramente noi non abbiamo pregiudizi verso il leader pentastellato, semmai ne critichiamo il posizionamento politico”. Poi aggiunge di non aver “dubitato” che Conte possa essere estraneo alle vicende legate al mercato della pandemia, ma ritiene necessario fare chiarezza.

Le cifre citate e la richiesta di audizione

Il nodo riguarda le somme emerse nel confronto pubblico e parlamentare. Storace richiama cifre diverse, dai 90mila ai 450mila euro, collegate allo studio legale dove Conte aveva lavorato da avvocato. L’ex premier, ricorda lo stesso Storace, ha precisato di non avere nulla a che vedere con eventuali attività svolte da colleghi che non frequenterebbe da tempo.

“Perché sta diventando inaccettabile sentire parlare di cifre, un giorno novantamila, poi 450 mila euro, in direzione dello studio legale dove operava Conte da avvocato e fa bene quando precisa di non entrarci nulla con quello che facevano suoi colleghi avvocati che non frequenta da tempo, come ha detto ieri in una nota stampa”, afferma Storace.

Da qui arriva l’invito più diretto al leader del Movimento 5 Stelle. Storace difende il ruolo del presidente della commissione, Marco Lisei, e ritiene che l’organismo parlamentare debba poter proseguire nel proprio lavoro.

“Bene, ma non si può mettere in croce il presidente Lisei se osa far funzionare la commissione”, sostiene. Poi l’appello: “Presidente Conte, lei ora dice che è disponibile a farsi ascoltare dalla Commissione su tutti i dubbi che vengono sollevati. Concordi subito la data dell’audizione con le modalità da rispettare, perché è fondamentale scacciare le ombre che si addensano su collaboratori dello studio in cui ha lavorato per tanti anni”.

Storace: “Le cifre di cui si parla sono enormi”

Nella parte conclusiva, Storace insiste sulla necessità di distinguere tra responsabilità personali e accertamento dei fatti. Il suo ragionamento resta politico, ma ruota attorno a una richiesta precisa: Conte dovrebbe accettare la proposta di essere ascoltato e, secondo la lettura di Storace, valutare anche un passo indietro temporaneo dalla commissione.

“Quelle che con prudenza si chiamano ‘commesse’ – 10 per cento sugli ordinativi – somigliano sempre più a quelle che un tempo si chiamavano tangenti”, scrive, usando una formula molto dura ma presentata come valutazione politica.

Subito dopo, però, precisa: “E siccome non pensiamo affatto che Conte sia di quel giro e che semmai qualcuno possa aver approfittato di lui, farebbe bene ad accettare la proposta di Lisei: dimettersi dalla commissione, accettare di farsi ascoltare dalla stessa e poi, se ci tiene, rientrare al posto di uno dei membri della commissione che indaga sulla pandemia”.

Per Storace, l’ex presidente del Consiglio non può sottrarsi a un chiarimento davanti a un organismo istituito dal Parlamento. Il riferimento è anche alle parole del senatore Francesco Boccia, che ha definito la commissione un “tribunale del popolo”. Una lettura respinta da Storace, secondo cui la commissione deve svolgere il proprio mandato.

“Chi ha servito il suo Paese da Palazzo Chigi non può esimersi dal dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità non di fronte al tribunale del popolo – come sfacciatamente il senatore Boccia apostrofa la commissione – ma davanti ad un organismo d’inchiesta delegato dal Parlamento a fare il suo dovere”, afferma.

La conclusione è una richiesta di accertamento pieno: “Le cifre di cui si parla sono enormi. E va chiarito chi ha lucrato e perché. E a che titolo”. Un passaggio che sintetizza il senso dell’intervento di Storace: nessuna condanna anticipata per Conte, ma la necessità di un’audizione rapida per sciogliere i dubbi emersi intorno alla gestione delle consulenze durante la fase più delicata dell’emergenza Covid.