La commessa delle mascherine cinesi riaccende la polemica su Domenico Arcuri: nelle carte restano senza spiegazione 19 centesimi per pezzo.
Diciannove centesimi possono sembrare una cifra trascurabile. Moltiplicati per 450 milioni di mascherine, però, diventano 85,5 milioni di euro. È questa la somma al centro degli interrogativi sollevati dalla ricostruzione della Guardia di Finanza sulla fornitura affidata durante l’emergenza Covid alla società cinese Luokai Trade dalla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri.
La commessa sarebbe stata assegnata in appena 29 minuti. Il prezzo concordato per ogni mascherina era di 49 centesimi, ma nella documentazione predisposta dalla struttura commissariale la cifra venne suddivisa in due quote: 30 centesimi indicati espressamente e altri 19 centesimi rimasti senza una descrizione analitica.
Una divisione che non sarebbe stata proposta dal produttore cinese né da un suo rappresentante autorizzato. A chiederla, secondo le carte, sarebbe stato invece un funzionario della stessa struttura incaricata di acquistare i dispositivi di protezione.
Mascherine Covid, la richiesta di dividere il prezzo
L’episodio risale al 14 aprile 2020, nel pieno della prima fase dell’emergenza sanitaria. Antonio Fabbrocini, responsabile unico del procedimento e collaboratore della struttura commissariale, inviò una mail all’avvocata Francesca Iacono, allora impegnata presso Invitalia.
Nel messaggio allegato agli atti veniva chiesto di modificare la formulazione economica contenuta nella lettera di commessa ricevuta dalla Cina.
«Gentilmente dovresti inserire il costo del prodotto in questa maniera, di cui 0,30 euro a mascherina, come indicato nella proposta. Il codice Usci dove lo recuperiamo? Grazie, Antonio Fabbrocini».
La sera precedente, la stessa Iacono aveva riepilogato le condizioni della fornitura: 600 milioni di mascherine chirurgiche monouso, 49 centesimi per ogni dispositivo e un valore complessivo di 294 milioni di euro.
La richiesta non prevedeva l’aggiunta di 30 centesimi ai 49 già stabiliti. L’espressione «di cui» indicava che quella somma doveva essere considerata parte del prezzo complessivo. Restavano quindi 19 centesimi per ciascuna mascherina privi, almeno nella documentazione citata, di una spiegazione precisa.
I 30 centesimi rappresentavano circa il 61,2 per cento del prezzo unitario. La parte restante, pari al 38,8 per cento, non risultava accompagnata da una descrizione dettagliata delle prestazioni o dei costi coperti.
La fornitura ridotta, ma restano 85,5 milioni senza una voce chiara
La quantità inizialmente prevista venne successivamente ridotta. Le mascherine da acquistare non furono più 600 milioni, ma 450 milioni. Il prezzo unitario, tuttavia, rimase fissato a 49 centesimi.
Il valore finale della commessa scese così a 220,5 milioni di euro. Applicando la suddivisione contenuta nelle carte, 135 milioni corrispondevano alla quota da 30 centesimi, mentre 85,5 milioni derivavano dai restanti 19 centesimi.
È proprio quest’ultima cifra ad alimentare la polemica. Un investigatore, citato da Libero, ha spiegato che l’interrogativo non riguarda il prezzo totale, indicato chiaramente nella proposta della società cinese, ma la mancata descrizione della sua composizione.
«Il problema non è che il prezzo fosse di 49 centesimi, perché quel dato è chiaramente indicato nella proposta. Il problema è che le carte preparate dalla struttura commissariale distinguono soltanto una parte del prezzo, pari a 30 centesimi, senza spiegare che cosa comprendano i restanti 19».
La documentazione finale non avrebbe chiarito neppure quale fosse la funzione della prima quota. Non è specificato se i 30 centesimi rappresentassero il costo di produzione, il compenso destinato alla fabbrica, la quota riconosciuta al fornitore oppure una base economica dalla quale erano state escluse altre spese.
Gli interrogativi sulla commessa affidata in 29 minuti
Restano aperte anche le domande sull’origine della cifra. Non emerge con chiarezza chi abbia stabilito il valore esatto di 30 centesimi, attraverso quale confronto e sulla base di quali documenti ufficiali.
Lo stesso vale per i 19 centesimi aggiuntivi. La somma avrebbe potuto comprendere costi logistici, assicurativi, commerciali, margini di intermediazione o ulteriori servizi. Le carte esaminate dagli investigatori, secondo la ricostruzione pubblicata, non consentirebbero però di individuare una voce precisa.
Anche l’ipotesi dei costi di trasporto lascia irrisolti diversi interrogativi. La consegna delle mascherine sarebbe infatti rimasta a carico dei produttori cinesi, circostanza che renderebbe necessario comprendere quali altre prestazioni fossero state incluse nella parte non dettagliata del prezzo.
La fornitura finì inoltre al centro delle verifiche sulla qualità e sulla conformità dei dispositivi acquistati durante l’emergenza. La vicenda torna ora a sollevare tensioni politiche sulla gestione delle commesse pubbliche affidate dalla struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri.
Gli accertamenti dovranno chiarire il significato della suddivisione economica, la sua origine e le ragioni per cui una quota complessiva da 85,5 milioni di euro non risultava descritta in maniera analitica nella documentazione citata.
