Matteo Salvini sostiene l’imputabilità dai 14 anni, mentre opposizioni, penalisti e polizia penitenziaria avvertono sui rischi della riforma.
Matteo Salvini difende la norma che conferma l’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni e respinge l’idea che l’età possa diventare uno scudo davanti alla commissione di un reato. Il vicepremier interviene nella polemica sulla nuova stretta in materia di sicurezza, presentata dalla maggioranza come una risposta ai fenomeni di violenza giovanile.
«A 14 anni si è consapevoli», ha dichiarato il leader della Lega, spiegando di sostenere la misura «anche da genitore». La posizione di Salvini è netta: «Se commetti un reato non ti puoi nascondere dietro la minore età».
La proposta ha immediatamente diviso maggioranza, opposizioni, avvocati e rappresentanti della polizia penitenziaria. Il confronto non riguarda soltanto la responsabilità dei ragazzi che commettono reati, ma anche la funzione della giustizia minorile, la capacità delle strutture detentive e il rischio che il nuovo impianto venga applicato in modo esteso durante manifestazioni e proteste studentesche.
Imputabilità dei minori, Salvini: «Non ci si può nascondere dietro l’età»
La misura è stata presentata dalla destra come una stretta contro i cosiddetti “maranza”, termine utilizzato per indicare gruppi di giovani, spesso di seconda generazione e provenienti dalle periferie, associati a episodi di violenza, intimidazioni e disordini.
Per Salvini, a 14 anni un ragazzo sarebbe già in grado di comprendere il significato delle proprie azioni e le conseguenze di un comportamento penalmente rilevante. Da questa premessa nasce la difesa di una norma che punta a rendere più incisiva la risposta dello Stato davanti ai reati commessi da adolescenti.
Contro la proposta si schiera però Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito democratico. La deputata contesta la definizione di provvedimento “anti-maranza” e avverte che gli effetti della riforma non riguarderanno soltanto determinate fasce sociali o specifici gruppi giovanili.
«Avrà effetti sui figli di tutti gli italiani», afferma la Serracchiani, collegando la nuova disciplina anche alla riapertura delle scuole e alla ripresa delle mobilitazioni studentesche previste da settembre. Secondo l’esponente dem, esiste il rischio che «migliaia di ragazzi e ragazze saranno affrontati come un problema di ordine pubblico».
La critica politica arriva anche dal leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, che lega la riforma alla condotta della maggioranza in altri casi parlamentari.
«Per Meloni chi sbaglia paga, anche i minori, purché non sia di FdI», dichiara Conte, richiamando la protezione parlamentare accordata al sottosegretario Andrea Delmastro.
I penalisti denunciano una “regressione culturale”
Le contestazioni più articolate sul piano giuridico arrivano dall’Unione delle Camere penali, che solleva dubbi di costituzionalità e parla di una «preoccupante regressione culturale».
Secondo i penalisti, la modifica rischia di incidere sul principio fondamentale che distingue la giustizia minorile da quella riservata agli adulti. L’intero sistema destinato agli adolescenti è infatti costruito tenendo conto di una personalità ancora in formazione e di una maturità non pienamente raggiunta.
«Si tratta di una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile, storicamente costruita sulla consapevolezza che l’adolescenza è una fase caratterizzata da una personalità in formazione e da una maturazione non ancora compiuta», si legge nella nota dell’Unione delle Camere penali.
Su una posizione diversa si colloca Enrico Costa, capogruppo alla Camera di Forza Italia. Il deputato non considera insuperabili le obiezioni tecnico-giuridiche e sottolinea che la scelta di procedere attraverso un disegno di legge permetterà al Parlamento di esaminare la questione senza forzature.
Secondo Costa, questo percorso «consentirà di avere tutto lo spazio in Parlamento, attraverso le audizioni ed il dibattito, per approfondire». Il confronto nelle commissioni e nelle Aule potrà quindi chiarire la compatibilità della misura con i principi costituzionali e valutare eventuali modifiche.
L’allarme sulle carceri minorili: «Il sistema rischia di deflagrare»
Oltre ai dubbi giuridici, la riforma apre un problema concreto sulla capacità degli istituti penali minorili di assorbire un eventuale aumento degli ingressi. A lanciare l’allarme è la Uil Fp Polizia penitenziaria, che richiama le difficoltà già emerse dopo il decreto Caivano.
«Non si ripetano i gravi errori commessi con il decreto Caivano», denunciano i rappresentanti sindacali, chiedendo che ogni intervento repressivo venga accompagnato da investimenti adeguati nelle strutture e nel personale.
Il timore è che nuove norme più severe possano aumentare il numero dei ragazzi sottoposti a misure detentive senza che gli istituti dispongano degli spazi, degli agenti e delle risorse necessarie. Senza un potenziamento preventivo, avverte il sindacato, «si rischia di far deflagrare il sistema», già segnato da un «pesante sovraffollamento».
