Roggero dal carcere: «È mancato il coraggio di farmi uscire»

Mario Roggero rimane nel carcere di Bollate, prova ad ambientarsi e attende l’udienza sulla grazia fissata per il 16 settembre.

Mario Roggero resterà per il momento nel carcere di Bollate, dove si è costituito dopo la condanna definitiva a 14 anni e 9 mesi per avere ucciso due rapinatori e ferito un terzo durante l’assalto alla sua gioielleria di Grinzane Cavour. Il provveditorato dell’amministrazione penitenziaria della Lombardia ha valutato come delicata la sua situazione personale, considerando l’età, il primo ingresso in carcere e il forte impatto psicologico subito.

La decisione non viene presentata come un trattamento di favore. Il gioielliere, 72 anni, continua a scontare regolarmente la pena, ma potrà rimanere in un istituto noto per un modello detentivo più aperto e orientato al reinserimento. Intanto cerca di adattarsi a una quotidianità completamente diversa, mentre resta aggrappato alla richiesta di grazia e ripete al suo avvocato una frase che racchiude il suo stato d’animo: «Non dovrei stare qua».

Mario Roggero resta a Bollate: la nuova vita nel quinto reparto

I giorni trascorrono lentamente per Roggero, detenuto nel quinto reparto del penitenziario milanese. Il suo avvocato, Stefano Marcolini, riferisce che il gioielliere sta gradualmente prendendo confidenza con la nuova realtà.

«Si sta ambientando», ha spiegato il legale.

Condivide la cella con un detenuto condannato per narcotraffico, descritto come particolarmente abile in cucina. Ha inoltre stretto rapporti con altri tre o quattro reclusi e avrebbe trovato disponibilità anche da parte di Massimo Bossetti, detenuto per l’omicidio di Yara Gambirasio.

«Sono qui da più tempo, se hai bisogno di consigli o di qualcosa, ci sono», gli avrebbe detto Bossetti, cercando di rassicurarlo durante i primi giorni di permanenza.

La vita nel reparto segue ritmi precisi. Le celle vengono aperte al mattino presto e richiuse alle 20. Il pranzo arriva alle 11, mentre la cena viene distribuita alle 17. A metà giornata tutti i detenuti devono rientrare per la conta. Roggero trascorre ancora molto tempo in cella o negli spazi del reparto, ma presto dovrà scegliere a quali attività dedicarsi.

Aveva inizialmente pensato di studiare inglese, ma potrebbe iniziare a lavorare come contabile per l’istituto. A Bollate è presente anche un servizio simile a un Caf e le sue competenze potrebbero essere utilizzate proprio in quell’ambito.

«Devo fare qualcosa», ha confidato, manifestando la necessità di riempire le giornate e attribuire un significato al tempo trascorso in carcere.

L’udienza del 16 settembre e la speranza nella grazia

Il miglioramento dell’umore non cancella il senso di ingiustizia che Roggero continua a manifestare. Durante l’ultimo colloquio con il suo avvocato si è presentato rasato, con una camicia azzurra a quadretti e le maniche corte.

«Il suo umore migliora», ha spiegato Marcolini, riferendo però anche il pensiero che continua a tormentarlo: «Non dovrei stare qua».

La principale speranza del gioielliere resta la richiesta di grazia. Il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha fissato per il 16 settembre l’udienza sulla domanda di differimento della pena, presentata proprio nell’attesa di una decisione sulla clemenza. Roggero potrà partecipare personalmente all’udienza.

Lui e il suo difensore hanno criticato la precedente decisione dei giudici, che avevano respinto una prima richiesta di sospensione. Secondo la loro valutazione, sarebbe «mancato il coraggio» di consentirgli di lasciare temporaneamente il carcere fino alla pronuncia sulla grazia.

Per il momento non gli resta che attendere. Segue le notizie in televisione, pur essendo consapevole dei limiti imposti dalla detenzione.

«Ma da qui posso fare poco», avrebbe ammesso.

L’istituto di Bollate gli consente comunque una maggiore libertà di movimento rispetto ad altre strutture penitenziarie. Può trascorrere tempo all’aperto e partecipare alle attività previste dal modello trattamentale del carcere, costruito per responsabilizzare i detenuti e prepararli al reinserimento.

Le telefonate alla famiglia e la paura per moglie e figlia

Ogni giorno Roggero può telefonare a casa per dieci minuti. Il contatto con la famiglia rappresenta uno dei pochi punti fermi della nuova vita. Il gioielliere è sollevato perché l’attività commerciale è ripartita grazie alla moglie Mariangela e alla figlia.

«Sarebbe stato un peccato buttare via il lavoro di trent’anni», ha confidato.

Accanto alla soddisfazione, però, resta la paura. Dopo la rapina subita e le conseguenze giudiziarie che ne sono derivate, teme che qualcosa possa accadere anche alle due donne rimaste a gestire la gioielleria.

«Che capiti qualcosa anche a loro», è il timore espresso al suo avvocato.

Nel carcere cerca intanto di farsi conoscere e apprezzare dagli altri detenuti. Sta imparando anche gli aspetti più pratici della detenzione, come la spesa consentita attraverso una lista di prodotti autorizzati, dalla quale può acquistare generi di uso quotidiano come pasta e caffè.

È una normalità nuova, fatta di orari rigidi, colloqui, telefonate brevi e attese. Sopra ogni cosa rimane il pensiero della grazia e quella convinzione che continua ad accompagnarlo dall’ingresso a Bollate: «Non dovrei stare qui».

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