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Riforma Pensioni e esodati: ultime notizie su ipotesi e soluzioni al vaglio del Governo Letta

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Il settore pensionistico-previdenziale incomincia a subire i primi effetti della riforma Fornero.

Ad un anno dalla sua approvazione la riforma Fornero fa sentire le sue prime importanti conseguenze nel momento in cui si parla di contenimento spesa.

L’ipotesi di decurtare importi in rapporto agli anni di anticipo pensionamento avrà la triste conseguenza di originare pensioni di importi veramente esigui e contemporaneamente delinea la grave difficoltà di recuperare e mettere da parte somme che serviranno a far fronte alle nuove richieste di pensionamento.

La tanto acclamata flessibilità che certamente ha la virtù di riuscire a risparmiare importi da reinvestire, non risolve però l’altro grosso problema che la Fornero non è riuscita a risolvere e che adesso è nelle mani del nuovo Governo: il problema degli esodati, categoria che oggi conta circa 300-400 mila soggetti ancora in attesa di salvaguardia e la cui soluzione preme ai fini della spesa pensionistica.

La Ragioneria di Stato, organo competente alla previsione e gestioni fondi pensioni, ha di recente reso noto quale debba essere la strada da percorrere per far fronte al vigente stato pensionistico e socio sanitario oltre che far conoscere lo stato dei conti. I contabili di stato ritengono che la riforma Fornero, meglio nota come la peggiore e maggiormente criticata riforma delle pensioni italiane, non ha affatto fermato la spesa sociale, fine cui doveva arrivare.

Tanto perché la crisi economica non ha colpito solo il settore del privato ma anche quello pubblico.

La Fornero prevedeva che entro il 2020 le casse pensionistiche  si sarebbero arricchite di 20 miliardi di euro, attuando differenti metodologie di ingresso al settore pensionistico, incominciando ad alzare il limite di età per accedere al trattamento post lavorativo rapportato alla tipologia di vita sociale. L’attuale sistema ha avuto un grande aiuto dalle contribuzioni e dall’aggiornamento dei coefficienti  che hanno permesso il realizzarsi di quanto oggi attuato per le pensioni, senza però riuscire a fermare l’alto costo delle pensioni, fine che invece doveva raggiungere secondo le previsioni dell’ex Governo.

Secondo la ragioneria di Stato arriveremo al 2029 con pensioni decurtate del 14,9% rispetto al Prodotto interno lordo. Bisognerà attendere il 2040 per vedere una risalita del 15% circa.

Previsioni poi per il 2060:nuova discesa del 14%: questa altalena andrà avanti per 50 anni circa prima di poter avere un assetto equilibrato.

Le previsioni sono veramente tragiche, se si pensa altresì che nessun Paese della zona euro è nelle nostre condizioni, anzi negli altri paesi il costo pensione è destinato a risalire soltanto.

Tutto sembra lontanissimo, ma in realtà è già ad un passo, perché interessa chi sta ancora lavorando o sta accedendo adesso a questa realtà. Ma c’è ancora altro da tenere presente: il confronto tra ultima mensilità retributiva e la prima indennità pensionistica, la quale in virtù dell’attuale sistema sarà ridotta seguendo la strada delle finanze statali destinate al settore previdenziale. Per rendere concreto il discorso, la ragioneria di Stato ha fatto questo esempio: si prenda un lavoratore dipendente di 65 anni e 4 mesi che decide di andare in pensione con 38 anni di contributi versati. Questo lavoratore, subirà una diminuzione delle indennità dall’83,2% del 2010 al 77,6% del 2030. I lavoratori autonomi andranno peggio perché la decurtazione sarà  dal 94% al 68,6%.

Adesso si è in attesa di vedere che cosa farà l’attuale Ministro Giovannini.

Ad oggi saremmo portati a pensare che quanto anticipato aumenterà la spesa pubblica per le indennità pensionistiche, ma anche che l’introduzione della flessibilità consentirà di poter lavorare fino a 70 anni il che permetterebbe di sistemare al meglio le spese anche con previsioni a lungo termine.

Possiamo comunque rilevare che la problematica del welfare è uno degli argomenti cui il Governo Letta ha maggiori attenzioni, anche considerando quanto detto dall’attuale Premier all’indomani della sua nomina.

Attualmente il Governo sta lavorando su tre principali tematiche:1) riforma previdenziale con nuove previsioni di decurtazioni con una certa flessibilità; 2) altre forme di part time; 3) stendere un programma di  staffetta generazionale.

Non sono nuovi argomenti, ma questo Governo ha tutta l’intenzione di voler far produrre nuova legislazione che definisca con valide soluzioni i tre argomenti sopra detti.

A tale proposito la riforma Fornero ha stabilito che chi sceglie di andare in pensione a 62 anni, è soggetto ad una penale che si realizza con una decurtazione sulla quota retributiva del montante pensionistico e sempre che vi sia stato regolare contribuzione per 41 anni e 5 mesi nel caso di una donna, se un uomo di 42 anni e 5 mesi.

Quindi è logico pensare che un soggetto possa andare in pensione quattro anni prima della soglia prevista dalla legge, se accetta di subire una decurtazione per ogni anno di anticipazione della pensione. L’argomento è contestato dalle parti sociali e dal centro sinistra, di conseguenza è d’obbligo sollecitare una soluzione che riveda e muti il montante pensionistico e i coefficienti di trasformazione.

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