Secondo Vittorio Feltri, l’interesse collettivo premia alcune vittime e ne cancella altre. Aurora e il quindicenne ferito a Milano diventano simboli di un’ingiustizia emotiva diffusa.
Per Vittorio Feltri, la cronaca non segue solo la gravità dei fatti ma una scala emotiva mutevole, costruita dall’opinione pubblica. Alcuni drammi travolgono tutto, altri scivolano via senza lasciare traccia. I ragazzi morti a Crans Montana rappresentano, secondo il giornalista, uno di quei casi che scuotono fino al midollo, uno “tsunami” capace di occupare ogni spazio dell’attenzione. Poi ci sono le vittime che finiscono ai margini, relegate a poche righe, non abbastanza “giuste” per scatenare empatia collettiva. È qui che Feltri colloca la storia di Aurora, diciannove anni, violentata e uccisa a Milano, il cui volto ha riempito le cronache solo per qualche giorno prima di sbiadire.
Feltri ricostruisce la notte del delitto come una sequenza limpida e crudele. Aurora cammina sola nella periferia milanese, tra una stazione della metro e un quartiere dove la violenza è tornata a essere quotidiana. Era lì per scelta, sottolinea il giornalista, ed è proprio questo dettaglio che nella mente collettiva finisce per declassarla. Scappata da Latina, da una famiglia definita “perbene”, chiede qualche moneta per le sigarette a un uomo che non conosce, un peruviano irregolare, già autore di aggressioni e libero per un errore burocratico. La minaccia è immediata, brutale: “fai quello che ti dico o sei morta”. La violenza culmina con lo strangolamento e l’abbandono del corpo in un cortiletto anonimo. Feltri insiste su ciò che viene dopo: l’attenzione che si sposta sui dettagli privati, sull’adozione, sulle “cattive compagnie”, come se tutto questo potesse attenuare l’orrore o rendere meno insopportabile la perdita di una ragazza che aveva iniziato l’università alla Sapienza e un futuro davanti.
Nel ragionamento di Vittorio Feltri entra anche un altro episodio rimasto in secondo piano. A Milano, nel quartiere Bicocca, un quindicenne si frappone tra un amico e il coltello di un rapinatore nordafricano, uno dei cosiddetti maranza. L’aggressore pretende un giubbotto firmato, l’amico cede, ma il ragazzo reagisce. Il risultato è uno sfregio profondo al volto, “dalla bocca all’orecchio”. Al telefono dice solo: “Mamma ho la faccia tagliata”. Per Feltri, questo gesto racchiude un’idea di giustizia e di coraggio che sembra non interessare più nessuno. Nessuna celebrazione, nessuna telefonata istituzionale, nessuna indignazione duratura. La madre, di origine cingalese, resta sola con lo sgomento. In un contesto in cui si archivia tutto come “maranzate”, Feltri conclude che Aurora e quel quindicenne meritavano di più: attenzione, vicinanza, memoria. Nella cronaca italiana, osserva, qualcuno sale e qualcuno scende, ma raramente c’è un giudice giusto a guardare la scena.
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