Vittorio Feltri ospite di Piero Chiambretti durante la quarta puntata del programma di Rai3 "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", Milano, 2 ottobre 2024. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Vittorio Feltri critica il linguaggio inclusivo, definendolo una costruzione ideologica che non affronta criminalità, violenza e immigrazione, ma serve solo a censurare chi denuncia i fatti.
Nel suo intervento rivolto a Silvio, Vittorio Feltri affronta in modo diretto il tema del cosiddetto linguaggio inclusivo, mettendone in discussione l’esistenza stessa. “Tu chiedi che cosa sia questo famoso ‘linguaggio inclusivo’ che, secondo alcuni colleghi e commentatori, sarebbe la chiave per fermare la violenza dei maranza, delle baby gang e dei clandestini armati di coltello”, scrive Feltri, aggiungendo: “Confesso che anch’io, dopo anni di prediche progressiste, non sono ancora riuscito a capirlo del tutto. Forse perché, semplicemente, non esiste”.
Per Feltri, il linguaggio inclusivo non sarebbe altro che “una formula magica, una superstizione ideologica”, fondata sull’idea che cambiare le parole possa modificare la realtà. Un’illusione che, secondo il giornalista, porta a distorsioni evidenti: “Come se il delinquente smettesse di accoltellare perché qualcuno lo chiama soggetto fragile anziché criminale”.
Secondo Feltri, il problema individuato dalla sinistra non sarebbe la violenza in sé, ma il modo in cui viene raccontata. “Non è il coltello che colpisce, ma il giornalista che osa scriverlo”, osserva, denunciando un sistema linguistico costruito su dogmi. In questo schema, afferma, “se l’aggressore è immigrato, va compreso; se è disagiato, va incluso; se è armato, va ascoltato. Anche coccolato, perché no?”.
Chi utilizza termini diretti come “criminale”, “rapina” o “accoltellamento” viene invece sottoposto a un processo morale. Per Feltri, questo è il vero obiettivo del linguaggio inclusivo: “Non fermare la violenza, ma zittire chi la denuncia”. Una lingua che definisce “censoria”, applicata con un doppio standard evidente. Quando il colpevole è “l’uomo italiano, magari eterosessuale e politicamente scorretto”, il linguaggio diventa duro e aggressivo; quando invece appartiene a categorie considerate protette, la realtà viene attenuata o negata.
Nel suo ragionamento, Feltri estende la critica anche alle trasformazioni linguistiche legate a genere e identità. “Ci raccontano anche che il progresso passi dagli asterischi, dallo schwa, dalle declinazioni forzate al femminile”, scrive, mettendo in dubbio che queste pratiche abbiano un impatto reale sulla sicurezza o sulla tutela delle persone.
Nel frattempo, sottolinea, “le donne vengono aggredite, i ragazzi accoltellati, le città diventano più insicure”. Ma parlarne apertamente viene considerato scorretto. Da qui la conclusione netta: “Il linguaggio inclusivo è questo: una grande, inutile, retorica”. Una foglia di fico ideologica che, secondo Feltri, serve a nascondere l’incapacità di affrontare fenomeni complessi come l’immigrazione incontrollata e la criminalità diffusa. “Le cose non si risolvono smettendo di chiamarle per nome, ma avendo il coraggio di dire la verità, anche quando disturba”.
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