Gianfranco Fini elogia Giorgia Meloni, difende la linea sull’Afghanistan, annuncia il sì al referendum sulla giustizia e accusa la sinistra di propaganda e complessi ideologici.
Nessun ritorno da padre nobile, nessuna nostalgia del passato. Gianfranco Fini, in un lungo colloquio con il Giornale, respinge l’idea di rientrare sulla scena politica e rivendica la maturità della destra italiana. «Per carità», risponde quando gli viene chiesto se si senta un “padre” pronto a tornare in campo.
Secondo Fini, la destra «ha già tutto ciò di cui ha bisogno»: valori solidi, programmi di governo credibili, una classe dirigente giovane e una base elettorale che continua a premiare quella proposta politica.
Al centro di questo equilibrio c’è Giorgia Meloni, indicata come una leader capace di tenere testa anche a Donald Trump.
«Non è piaggeria dire che fino ad oggi Giorgia Meloni è stata altamente all’altezza del compito», afferma Fini, sottolineando che il suo ruolo è riconosciuto anche a livello internazionale.
E aggiunge: «A denti stretti lo ammettono in privato anche molti tra i suoi attuali oppositori».
L’ex presidente della Camera si sofferma sull’intervento della premier relativo alle truppe italiane in Afghanistan, definendolo esemplare.
«Meloni non ha fatto bene, ha fatto benissimo a dire a Trump che occorre rispetto nei confronti di tutti coloro che sostennero l’intervento americano in Afghanistan», afferma, ricordando che «nessuno si può permettere di non onorare la memoria dei nostri 53 militari caduti».
Secondo Fini, se Donald Trump fosse «intellettualmente onesto», dovrebbe scusarsi con l’Italia, come già avvenuto con la Gran Bretagna. Positiva, a suo giudizio, anche la scelta dell’ex presidente americano di escludere, almeno per ora, l’invio di nuovi militari statunitensi nei conflitti internazionali.
Analizzando il quadro globale, Fini osserva che l’elezione di Trump ha già cambiato l’ordinamento internazionale: «Ha dimostrato di non credere nel multilateralismo e di non considerare più nemmeno l’alleanza transatlantica un punto fermo».
Per questo, sostiene, l’Italia e l’Europa devono mantenere il dialogo con la Casa Bianca senza «umiliarsi», rafforzando al contempo la coesione dell’Unione europea. La sfida, conclude, resta comune: Cina e terrorismo islamista sostenuto da Stati come l’Iran.
Sul referendum sulla riforma della giustizia, Gianfranco Fini non ha esitazioni: «Voterò convintamente sì».
La separazione delle carriere, fortemente voluta in passato da Silvio Berlusconi, viene giudicata decisiva perché introduce due Consigli superiori della magistratura, con componenti in parte sorteggiati, superando la logica correntizia emersa con il caso Palamara.
Fini critica duramente le posizioni di Pd e Anm, parlando di argomenti «inesistenti» e ricordando come la riforma fosse stata auspicata anche da giuristi di area progressista. Cita, tra gli altri, Augusto Barbera e Sabino Cassese, definiti “traditori” dalla sinistra proprio per il loro sostegno al sì.
La chiusura è una stoccata netta: pensare che la destra rappresenti un arretramento costituzionale è «risibile». Per Fini, la sinistra continua a evocare derive autoritarie inesistenti e a mobilitarsi ogni volta che perde le elezioni, dimostrando «un antico complesso di superiorità» che non trova più riscontro nel Paese.
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