Daniele Capezzone commenta le decisioni del gip di Torino dopo gli scontri di Askatasuna: arresti allentati, domiciliari e obbligo di firma. “Così lo Stato si indebolisce”.
Non si fa in tempo a indignarsi per le mancate prese di distanza politiche dalle violenze contro i poliziotti al corteo pro Askatasuna, che arriva un nuovo elemento destinato ad alimentare la polemica. A Torino, il gip ha disposto la scarcerazione con obbligo di firma per due dei tre arrestati, mentre il terzo, indicato come parte del gruppo coinvolto nel pestaggio di un agente, è stato posto agli arresti domiciliari.
Una decisione che, nell’analisi di Daniele Capezzone, rischia di trasformarsi in un messaggio devastante: dopo una guerriglia urbana riconosciuta come tale, la risposta dello Stato appare debole e contraddittoria. “Al momento tutto finisce così – osserva Capezzone – e anzi sembra quasi che qualcuno voglia pure una medaglia”.
Il punto più contestato riguarda il terzo arrestato, destinato ai domiciliari. Una misura che, nel racconto critico di Capezzone, assume un valore simbolico: “Sta con mamma e papà, che gli potranno preparare una buona cena”. Un’immagine volutamente provocatoria, che sintetizza la distanza percepita tra la violenza esercitata in strada e le conseguenze giudiziarie immediate.
Secondo Capezzone, il rischio non è solo quello di sminuire la gravità dei fatti, ma di consolidare un precedente: la guerriglia urbana diventa un episodio gestibile con misure leggere, mentre chi ha subito l’aggressione – in questo caso un poliziotto in servizio – resta sullo sfondo del dibattito.
Nell’analisi di Daniele Capezzone, la questione va oltre il singolo provvedimento giudiziario. Il problema è il segnale complessivo che arriva al Paese. Dopo giorni di polemiche, di accuse di strumentalizzazione e di distinguo politici sulle responsabilità delle violenze, la decisione del gip rischia di chiudere il cerchio nel modo peggiore.
Per Capezzone, il messaggio che passa è semplice e pericoloso: si può partecipare a una guerriglia, ferire agenti delle forze dell’ordine e, nel giro di poco tempo, tornare a casa con un obbligo di firma o con i domiciliari. Un esito che alimenta la sensazione di impunità e che, conclude, indebolisce ulteriormente l’autorità dello Stato proprio nel momento in cui dovrebbe riaffermarla.
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