Michele Santoro avverte su Roberto Vannacci a DiMartedì: il rischio non è l’uomo, ma la galassia estremista che può riconoscersi in lui, amplificata da media e politica.
“Al contrario di quanto si possa pensare, io non rido di Roberto Vannacci, sono preoccupato”. Così Michele Santoro ha esordito nello studio di DiMartedì, condotto da Giovanni Floris. Santoro ha respinto l’idea che l’ex generale sia una caricatura politica, richiamando un paragone storico: anche Adolf Hitler, ha ricordato, veniva inizialmente deriso per l’aspetto e gli atteggiamenti, salvo poi diventare un punto di riferimento per gruppi ben più seri e organizzati.
Il punto, per Santoro, non è l’immagine marziale — reale o presunta — ma il fatto che “la rete e certi gruppi estremisti non ridono affatto”, trovando in Vannacci una figura “spendibile”.
Santoro individua un passaggio decisivo nell’attenzione mediatica. Ricorda come Hitler faticò inizialmente a vendere Mein Kampf, mentre Vannacci ha venduto moltissimo, “non per meriti letterari o politici”, ma perché — sostiene — la sinistra, nel tentativo di denunciarlo, ne avrebbe costruito la notorietà. “L’ostilità ha generato notorietà, e la notorietà ha creato un personaggio”, afferma, osservando che oggi quella eco non è più confinata ai social o a circoli marginali.
Santoro chiama in causa anche la Lega e Matteo Salvini: “Gli ha messo a disposizione un pullman, lo ha portato in giro, lo ha reso visibile e credibile”. Un mix che definisce “molto pericoloso”, perché combina la spinta mediatica con una struttura politica capace di amplificare presenza e messaggio.
Il pericolo, chiarisce Santoro, non risiede solo nella persona di Vannacci, ma nella “galassia di gruppi estremisti e nostalgici del nazismo” che potrebbe riconoscersi in lui come punto di riferimento. Una galassia più ampia, che includerebbe anche persone che si definiscono socialiste o comuniste, accomunate da rabbia e marginalità, capaci di aggregarsi in un “magma politico” potenzialmente esplosivo.
A rendere il terreno fertile contribuisce il contesto italiano: “Più della metà degli italiani non va a votare”, segnala Santoro, indicando la disaffezione come fattore che favorisce leader anti-sistema. Anche numeri inizialmente ridotti, avverte, possono crescere rapidamente in contesti di crisi o polarizzazione.
La conclusione è un monito: “Abbiamo creato questo personaggio, tutti noi, in modi diversi”. Non basta osservare l’individuo; occorre guardare al fenomeno, alla somma di sentimenti, rabbia e ideologie che oggi potrebbero trovare un riferimento concreto.
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