Feltri avverte: “Sabotaggi e ordigni, così torna il terrorismo in Italia”
Vittorio Feltri denuncia sabotaggi ferroviari e ordigni esplosi a Bologna, parla di terrorismo ideologico e accusa chi minimizza di ripetere errori già visti negli anni di piombo.
Vittorio Feltri avverte: sabotaggi e ordigni non sono protesta
Secondo Vittorio Feltri, i fatti recenti impongono una presa di coscienza che non può più essere rimandata. Nel suo intervento, rivolto direttamente a Leonardo, Feltri elenca una serie di episodi che, a suo giudizio, non possono essere derubricati a tensione sociale o disagio. “Cavi ferroviari tranciati. Ordigni piazzati lungo le linee. Un incendio doloso in prossimità dei binari. Un dispositivo che è esploso e che, per pura fortuna, non ha provocato vittime”, scrive, chiarendo subito il punto centrale: “Tutto questo non è protesta, non è tensione sociale. È sabotaggio. È terrorismo”.
Per Feltri, continuare a negare questa evidenza significa mentire consapevolmente o restare prigionieri di un’ideologia che impedisce di chiamare le cose con il loro nome. Il riferimento alla sicurezza delle infrastrutture e alla gravità degli atti descritti è diretto e privo di attenuanti.
Il richiamo agli anni di piombo e il ruolo della Procura
Nel suo ragionamento, Vittorio Feltri richiama apertamente una pagina drammatica della storia italiana. “Non servono i morti per riconoscere l’avvento di una nuova stagione del terrore”, afferma, ricordando come gli anni di piombo non siano iniziati con le stragi, ma con una fase di sottovalutazione e giustificazionismo. Secondo Feltri, oggi si ripetono “le stesse frasi” e “le stesse omissioni” di allora.
Un passaggio centrale riguarda l’azione giudiziaria. “La Procura indaga per terrorismo. Non per vandalismo. Non per bravate. Non per bullismo. Per terrorismo”, sottolinea, rimarcando come l’inchiesta sia stata avviata in una città simbolo come Bologna, il cui nome è legato a eventi tragici della storia nazionale. Per Feltri, chi minimizza dovrebbe almeno “avere il pudore di studiare”.
Sicurezza, Stato e accuse di autoritarismo
Nel finale, Vittorio Feltri concentra le sue critiche su chi, a suo dire, utilizza questi episodi per attaccare il governo. Parla di una “sceneggiata grottesca” in cui chi tenta di tutelare la sicurezza pubblica viene accusato di fascismo, mentre chi colpisce lo Stato viene descritto come attivista. “Siamo al paradosso per cui la violenza è sempre colpa di qualcun altro, mai di chi la pratica”, scrive.
Feltri conclude con un appello netto: “Non è repressione chiamare il terrorismo con il suo nome. Non è fascismo difendere i treni, le strade, le persone”. A suo giudizio, serve “un’azione risoluta e risolutiva da parte dello Stato”, non per vendetta ma per responsabilità. L’avvertimento finale è altrettanto chiaro: “Se aspettiamo i morti per ammettere che avevamo torto, allora avremo perso due volte”.
