La provocazione di Feltri sul nucleare: “L’Italia lo rifiuta ma importa energia dalle centrali francesi”
Vittorio Feltri rilancia il tema del nucleare e critica la paura italiana verso una fonte energetica considerata decisiva per ridurre i costi.
Nucleare in Italia, la frase di Feltri sulla paura collettiva
Vittorio Feltri ha riaperto il confronto sull’energia nucleare con una frase diretta, costruita nel suo stile più riconoscibile: “La gente sente nucleare e pensa a una bomba”.
Una sintesi brutale, ma efficace, di una paura che in Italia accompagna da decenni ogni discussione sulle centrali, sui costi dell’energia e sulla possibilità di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e dall’estero.
Il punto sollevato da Feltri riguarda la distanza tra percezione pubblica e realtà tecnologica. Per una parte dell’opinione pubblica, la parola nucleare continua a evocare scenari di catastrofe, incidenti storici e immagini legate alla guerra atomica.
Eppure, nel dibattito energetico, il nucleare viene indicato da molti sostenitori come una fonte capace di produrre grandi quantità di energia con emissioni di anidride carbonica molto basse e con un impatto potenzialmente rilevante sulle bollette.
Il ragionamento parte da un dato politico e culturale: in Italia la discussione sul nucleare è stata spesso condizionata da due nomi, Chernobyl e Fukushima, diventati nel tempo simboli assoluti del rischio. Il problema, secondo questa lettura, è che quei casi vengono richiamati senza considerare fino in fondo il contesto tecnico, storico e ambientale in cui si verificarono.
Chernobyl, Fukushima e il peso degli spauracchi nel dibattito
Il caso Chernobyl resta il riferimento più forte nella memoria collettiva.
L’incidente avvenne in un reattore sovietico di tipo RBMK, segnato da gravi difetti di progettazione, procedure violate, una cultura della sicurezza inadeguata e una gestione burocratica propria del regime dell’epoca. Ridurre l’intero tema del nucleare civile a quel solo disastro significa quindi ignorare le profonde differenze tra quella tecnologia, quel contesto politico e le centrali moderne.
Anche Fukushima viene spesso evocata come prova definitiva contro l’energia nucleare, ma il quadro è più complesso. La tragedia del 2011 in Giappone fu provocata da un terremoto e da uno tsunami devastante, con onde altissime che colpirono la costa e causarono migliaia di morti. La centrale di Fukushima Daiichi venne travolta da un evento naturale estremo, mentre altre centrali giapponesi si spensero automaticamente dopo il sisma, senza provocare conseguenze analoghe.
Tra queste, la centrale di Onagawa, più vicina all’epicentro rispetto a Fukushima, riuscì a fermarsi in sicurezza. Il dato viene spesso richiamato da chi sostiene che il problema non sia il nucleare in sé, ma il tipo di impianto, la collocazione geografica, la manutenzione, la prevenzione del rischio e la qualità delle procedure di sicurezza.
Il paragone più immediato è quello con il trasporto aereo: ogni incidente genera paura, ma non porta a cancellare un intero settore considerato statisticamente tra i più sicuri. La stessa logica viene applicata dai sostenitori del nucleare: giudicare una tecnologia solo attraverso i suoi peggiori incidenti rischia di deformare il quadro complessivo.
Bollette, emissioni e il paradosso italiano
Il nodo economico resta centrale. Secondo la posizione rilanciata da Feltri, l’energia nucleare potrebbe consentire all’Italia di risparmiare decine di miliardi sulle bollette, riducendo la dipendenza da gas, petrolio e carbone. Le fonti fossili, oltre a incidere sui costi, producono emissioni climalteranti e hanno un impatto sanitario legato all’inquinamento atmosferico.
Qui emerge il paradosso politico. Una parte dell’ambientalismo denuncia da anni gli effetti della CO2 sul riscaldamento globale, ma continua a opporsi al nucleare, che presenta emissioni operative molto basse.
Il risultato è una contraddizione difficile da risolvere: le rinnovabili sono indispensabili, ma da sole non garantiscono sempre continuità e stabilità; le fonti fossili pesano su clima e salute; il nucleare, pur offrendo energia programmabile e basse emissioni, resta bloccato da una forte diffidenza pubblica.
Intanto l’Italia continua a importare energia prodotta anche da centrali nucleari francesi. Una scelta che rende ancora più evidente l’anomalia nazionale: dire no alle centrali sul proprio territorio, ma acquistare energia da Paesi che le utilizzano da anni. Ai francesi, naturalmente, questa posizione non crea alcun problema; anzi, rafforza il loro ruolo di fornitori.
Il confronto sul nucleare, dunque, non riguarda soltanto la memoria di Chernobyl o Fukushima, ma il futuro industriale, ambientale ed economico del Paese. L’Italia ha già votato contro il nucleare nei referendum celebrati sull’onda emotiva di quei disastri.
Oggi, però, davanti al costo dell’energia, alla transizione ecologica e alla necessità di ridurre le emissioni, quella scelta torna a pesare nel dibattito pubblico. Ed è proprio qui che la provocazione di Vittorio Feltri colpisce il punto: finché la parola nucleare verrà confusa con la bomba, ogni discussione razionale partirà già compromessa.
