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Dopo l’attacco di Meloni esplode la risposta dei vannacciani: «Da oggi guerra totale»

Lo scontro Meloni-Vannacci esplode alla Camera: fiducia, Lega e Viminale diventano i nodi politici della nuova frattura nel centrodestra.

Lo scontro tra Giorgia Meloni e Roberto Vannacci è diventato frontale alla Camera, dove la presidente del Consiglio ha scelto di rompere la linea della prudenza e attaccare direttamente il generale e i parlamentari a lui vicini. Il nodo politico è il voto contrario alla fiducia espresso più volte dai vannacciani, letto da Palazzo Chigi come un gesto capace di mettere in discussione la tenuta del governo e di aprire una frattura sempre più evidente dentro il perimetro della destra.

Meloni-Vannacci, lo scontro sulla “vera destra” arriva alla Camera

Nel suo intervento, Giorgia Meloni ha usato parole nette, trasformando una tensione rimasta finora sottotraccia in uno scontro politico aperto. La premier ha ricordato ai parlamentari vicini a Vannacci i voti contrari alla fiducia, accomunandoli alle opposizioni.

“Per ben sei volte avete votato contro la fiducia al governo insieme a Schlein, a Conte, a Renzi. Il che significa voler mandare a casa il governo come la sinistra. Quindi non mi parlate di vera destra perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra”.

La frase ha segnato il punto di rottura. Il riferimento alla “vera destra” colpisce direttamente il terreno politico su cui Vannacci ha costruito la propria iniziativa, rivendicando una posizione alternativa rispetto alla linea della maggioranza. La replica del generale non si è fatta attendere: “Se la Meloni vuole la mia replica non parli per interposta persona”.

All’uscita dall’aula, il clima si è ulteriormente irrigidito. Rossano Sasso ha sintetizzato la posizione dei vannacciani con una formula destinata a pesare nei rapporti interni alla maggioranza: “Da oggi guerra totale”.

La reazione di Fratelli d’Italia e il nuovo ruolo della Lega

La risposta di Fratelli d’Italia è arrivata anche attraverso Giovanni Donzelli, che ha contestato l’atteggiamento dei parlamentari legati al generale durante l’intervento della premier. “Se lo sono meritati – è stato il missile sparato dal drone Donzelli – oggi quando Giorgia ha risposto alla battuta sgarbata e sessista dei grillini tutto il centrodestra l’ha applaudita, gli uomini di Vannacci sono rimasti fermi, immobili. Si sono comportati come la sinistra, come la Boldrini”.

Il cambio di passo non appare casuale. Dopo settimane di cautela, Palazzo Chigi sembra aver scelto una linea più dura, anche alla luce dei tentativi di mediazione considerati insufficienti. Le intenzioni politiche future di Vannacci restano un’incognita, mentre il suo spazio cresce proprio nel segmento elettorale che più preoccupa la maggioranza.

A osservare con attenzione è soprattutto la Lega. Il partito di Matteo Salvini vede nel caso Vannacci una minaccia diretta, perché molte delle parole d’ordine del generale si muovono su temi storicamente presidiati dal Carroccio: sicurezza, immigrazione e identità politica. Per questo, dentro la Lega, torna con forza la richiesta del Viminale per Salvini.

A sostenerla, secondo quanto emerge dal confronto interno, ci sarebbero diversi esponenti del partito, da Giancarlo Giorgetti ai capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, fino a Luca Zaia. Anche Claudio Borghi ha espresso una valutazione critica sulla fase precedente: “Abbiamo sbagliato a non essere rigidi nel richiederlo dopo il congresso”.

Il Viminale come argine e il bivio politico del generale

La richiesta del Viminale non viene presentata come una polemica con Giorgia Meloni, ma come una risposta politica alla crescita del generale. Nel ragionamento leghista, il ministero dell’Interno sarebbe lo strumento più forte per recuperare centralità sui temi identitari e sottrarre spazio a Vannacci.

Un ministro della Lega ha immaginato anche una possibile cornice politica per porre la questione: “il 4 settembre il governo Meloni diventerà il governo più longevo della Storia Repubblicana e il 20 settembre ci sarà Pontida luogo adatto per porre la questione: in fondo noi ci stiamo sacrificando per la legge elettorale”.

Nel partito c’è chi considera pericolosa l’ipotesi di inglobare il generale nella maggioranza. Igor Iezzi vede nel ritorno di Salvini all’Interno “l’unico modo per prendere voti e non imbarcare Vannacci”. Più netto Stefano Candiani: “Portarlo dentro è pazzia. Non lo accontenti con un ministero, ti fa saltare il governo. Il suo dante causa è all’estero”.

Gli alleati restano prudenti. Matteo Piantedosi continua a lavorare senza esporsi, mentre tra i ministri prevalgono valutazioni diverse. Luca Ciriani considera improbabile un cambio al Viminale: “La Meloni risponderà di no. L’Interno è l’anima del governo”. Donzelli, invece, lascia aperto uno spiraglio, ma pone un limite politico: “Possiamo vedere, ragionare ma senza ricatti”.

Il caso Vannacci attraversa anche il fronte opposto. Nel centrosinistra cresce la preoccupazione per la capacità del generale di intercettare un’area di elettorato scontenta e trasversale. Alessandro Alfieri, della segreteria del Pd, riconosce una difficoltà di campo: “Siamo impreparati – ammette Alfieri, della segreteria – ancora non abbiamo un soggetto che raccolga i moderati: quello di Onorato è una riedizione degli indipendenti di sinistra del Pci made in Bettini. Si sono tirati indietro Salis, Gabrielli e Manfredi. È rimasto Gori, un pochino più sotto”.

Francesco Boccia mostra invece maggiore fiducia sul progetto politico intorno alla segretaria dem: “Alla fine si farà – scommette Boccia – è interesse della Schlein”.

A chiudere il quadro è Matteo Renzi, che mette Vannacci davanti a un bivio netto: “O Vannacci va con il centro-destra prende un ministero e lì finisce, o diventa il leader della nuova destra. O la Meloni perde le elezioni, o Vannacci perde la faccia”. La partita, ormai, non riguarda più soltanto i rapporti tra governo e dissidenti: investe gli equilibri futuri della destra italiana.