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Feltri mette in guardia Vannacci sulla remigrazione, “Chi promette la soluzione facile mente”

Vittorio Feltri interviene sul caso Belfast, critica l’immigrazione fuori controllo e frena sugli slogan della remigrazione.

Vittorio Feltri torna sul tema dell’immigrazione partendo dai fatti di Belfast, dove un uomo sudanese, indicato come rifugiato, avrebbe aggredito un irlandese in strada con un coltello da cucina. Il direttore usa l’episodio per allargare il discorso alla sicurezza, all’accoglienza, al fallimento del modello multiculturale e alla parola che da mesi attraversa il confronto politico: remigrazione. La sua posizione è dura, ma non coincide con una soluzione semplificata: per Feltri, chi promette di risolvere tutto con uno slogan “mente”.

Il passaggio centrale del ragionamento riguarda la differenza tra paura e propaganda. Feltri rivendica una paura “intelligente e organizzata”, capace di tenere alta l’attenzione davanti a episodi violenti, ma allo stesso tempo mette in guardia dalla tentazione di trasformare la remigrazione in una parola d’ordine priva di conseguenze concrete. Il problema, sostiene, esiste ed è grave. Ma proprio per questo non può essere affrontato con formule facili.

Immigrazione, Feltri parte dal caso Belfast

Nel suo intervento, Vittorio Feltri richiama in modo diretto quanto accaduto a Belfast. “I fatti di Belfast sono noti, e chi non li conosce se li vada a guardare, perché la realtà va guardata, con pietà ma va guardata. Un sudanese ha provato a segare il collo a un irlandese in mezzo alla strada, con un coltello da cucina, mentre i vicini accorrevano e uno gli rovesciava in testa una badilata per staccarlo dalla vittima”.

Il punto su cui insiste è lo status dell’aggressore indicato nel suo racconto: “E qui sta il punto che mi costa di più. L’uomo che impugnava la lama non era un clandestino sbarcato di frodo, ma un rifugiato, uno a cui avevamo aperto la porta noi, venuto a cercare riparo in casa nostra e in casa nostra deciso a portare via una testa. Ripeto la parola perché pesa come un macigno: profugo, non clandestino”.

Da questo episodio, Feltri sviluppa una critica più ampia al modello della società multiculturale. Cita il sociologo Mathieu Bock-Côté e riprende un passaggio del suo ragionamento: “L’Irlanda del Nord, domani, potrebbe essere il nostro avvenire”. Una frase che il direttore collega alle sue posizioni espresse già anni fa, quando sosteneva che certi segnali non andassero sottovalutati.

Remigrazione, il freno di Feltri agli slogan

Il passaggio più politico riguarda la remigrazione, parola rilanciata da Roberto Vannacci e diventata centrale nel confronto sull’immigrazione. Feltri non nega il problema, ma contesta l’idea che basti pronunciare uno slogan per indicare una strada realistica.

“Detto questo, e qui comincio a darmi torto da solo, c’è una parola che gira da mesi con lo stesso sapore di uno slogan: remigrazione. Vannacci la pronuncia, e dice cose chiare, le dico chiare pure io. Soltanto che nessuno spiega come diavolo si fa”, scrive Feltri.

Il direttore pone poi una serie di domande operative: “Sono un milione, forse di più. Che facciamo, dichiariamo guerra a un milione di islamici e ai loro sostenitori? Li carichiamo sui transatlantici senza gasolio, vecchi e bambini per mano, e li spediamo dove? Chi la esegue, materialmente, questa deportazione di popoli?”.

Il ragionamento prosegue con una distinzione netta tra chi delinque e chi invece ha diritto a restare. “Mezzo milione di quei disgraziati merita davvero di tornarsene a casa, perché delinque, perché odia la mano che lo ha sfamato. Ma l’altro mezzo milione no, e io sulla stessa nave non ce lo carico”. Poi l’avvertimento: “Evitiamo gli slogan gridati in branco, evitiamo la disumanità, che è la tagliola in cui loro vorrebbero vederci cadere, per dimostrare al mondo che i barbari siamo noi”.

Regole, lavoro e sanzioni ai Paesi d’origine

La proposta di Feltri si sposta quindi sul terreno delle regole. Il problema, secondo lui, non può essere risolto del tutto, ma può essere affrontato con misure più severe e applicate senza esitazioni. “Il problema è gravissimo e risolverlo del tutto è impossibile, e chi promette la soluzione facile mente. Però qualcosa di serio si può fare, eccome”.

Il primo punto riguarda l’accoglienza. “Smettiamola intanto di rendere comodo l’arrivo, perché una porta spalancata non è generosità, è incoscienza travestita da bontà”. Per Feltri, chi arriva senza un lavoro e senza una sistemazione dovrebbe essere inserito in un percorso di attività obbligatoria: “Chi sbarca senza un tetto e senza un mestiere lo si mette a lavorare, e se rifiuta di lavorare e di rispettare le nostre regole, allora fuori, senza tante cerimonie”.

Il secondo nodo riguarda chi commette reati e i rapporti con i Paesi d’origine. “Chi delinque lo si sbatte fuori il giorno stesso, e i loro Paesi non se li rivogliono indietro? Benissimo, si mettano sotto sanzione, fino a che non riaprono gli aeroporti ai loro figli. Non chiamatela crudeltà, chiamatela reciprocità, che è la cosa più cristiana che conosca dopo il perdono”.

La chiusura del ragionamento è affidata al tema della legge. Feltri chiede regole “che abbiano i denti”, valide per chi arriva e per chi accoglie. “Il giorno in cui un profugo avrà più timore di violare una legge italiana che di affogare nel Mediterraneo, avremo ricominciato a essere un popolo. E forse, soltanto allora, un popolo capace di voler bene per davvero a chi ha tutto il diritto di restare”.