Daniele Capezzone analizza lo scontro tra Trump e Meloni e invita il centrodestra a non trasformarlo in una rottura irreversibile.
Lo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni apre una fase delicata nei rapporti tra Italia e Stati Uniti. Secondo Daniele Capezzone, la premier ha fatto bene a rispondere alle provocazioni del presidente americano, ma ora il centrodestra deve evitare reazioni scomposte, perché il rischio è trasformare un incidente politico in una frattura permanente. Al centro della sua analisi ci sono la tenuta dell’alleanza occidentale, il ruolo della Nato, il rapporto con l’Unione europea e la necessità di rafforzare l’intero centrodestra italiano.
Capezzone sullo scontro Trump-Meloni: “Un gesto insensato”
Per Capezzone, l’attacco di Trump a Meloni è stato un errore politico difficile da comprendere. Il giornalista lo definisce “un gesto insensato”, arrivato dopo una settimana già segnata, nella sua lettura, da una posizione debole del presidente americano nei confronti degli ayatollah.
Il punto, sostiene Capezzone, è che Trump rischia ormai di rendere incomprensibili le proprie scelte anche a chi non ha mai avuto pregiudizi nei suoi confronti. Per spiegare il rischio politico, richiama una frase di Abramo Lincoln: “Con il sentimento pubblico, ogni risultato è possibile, ma senza di esso nulla può essere raggiunto”.
Su Meloni, invece, il giudizio è netto. La presidente del Consiglio, secondo Capezzone, non poteva restare in silenzio e ha fatto bene a replicare due volte. Lo avrebbe fatto “in modo misurato e proporzionato”, senza cedere alla tentazione dello scontro personale.
Da qui l’invito alla prudenza. Per Capezzone, non bisogna boicottare il 4 luglio, né aggiungere tensione a una crisi già aperta. “E’ il momento dei pompieri: di piromani se ne sono visti fin troppi”, scrive, mettendo in guardia dal rischio di cadere nel terreno più favorevole alla sinistra.
America, Nato e big tech: la linea indicata da Capezzone
Nell’analisi di Capezzone, lo scontro con Trump non deve impedire all’Italia di guardare all’America dei prossimi anni. Il giornalista indica come scenario auspicabile, pur non semplice, una possibile presidenza di Marco Rubio nel 2028. Ma il ragionamento va oltre la politica tradizionale e coinvolge anche i grandi protagonisti del big tech, da Elon Musk a Peter Thiel.
Secondo Capezzone, l’Italia non può permettersi di restare ai margini della rivoluzione dell’intelligenza artificiale, anche perché gli investimenti globali stanno già andando in quella direzione. Il rischio, avverte, è ridurre il futuro italiano a un semplice “parco enogastronomico”, una prospettiva giudicata insufficiente per il Paese.
Sul piano della difesa, la posizione è altrettanto chiara: bisogna puntare più sulla Nato che sull’Unione europea. I Paesi europei, secondo Capezzone, devono rafforzare il proprio impegno dentro l’Alleanza atlantica, evitando però meccanismi che mettano l’Italia in una posizione subordinata rispetto a Parigi. Il riferimento a Emmanuel Macron è diretto: “Macron non aspetta altro”.
Centrodestra, Europa e il messaggio all’Occidente
Il ragionamento di Capezzone si allarga poi alla politica interna. Fratelli d’Italia, osserva, è il partito più solido sul piano elettorale, ma per governare serve un centrodestra largo e competitivo. Per questo, sostiene, bisogna aiutare anche Lega e Forza Italia a recuperare consenso.
Un passaggio viene dedicato anche a Roberto Vannacci. Per Capezzone, se decidesse di correre da solo, il risultato politico sarebbe favorire Giuseppe Conte ed Elly Schlein: “Basta saperlo”.
Sul rapporto con Bruxelles, il giornalista respinge lo slogan “ci vuole più Europa”, sostenendo che l’attuale assetto dell’Unione europea non abbia funzionato e che aumentare la concentrazione delle decisioni a Bruxelles rischi di produrre nuova rabbia tra gli elettori.
La formula geopolitica indicata resta quella pronunciata da Meloni davanti a Trump alla Casa Bianca: “Make the West Great Again”. Per Capezzone, se l’America vuole restare grande, deve contribuire a mantenere forte l’intero Occidente. I nemici, conclude, sono a Pechino, Teheran e Mosca, mentre la sinistra italiana viene accusata di usare lo scontro tra Trump e Meloni per colpire politicamente la premier.